“Phobos e Deimos sono i satelliti di Marte.”

Un angolino del mio cervello si accende mentre intravedo un articolo sul pianeta rosso scrollando l’Internet, e la frase qui sopra risuona forte nella mia testa. Sta lì da quando avevo circa 10 anni, assieme ad altre centinaia di informazioni simili, ed è una di quelle certezze incrollabili, tipo che Plutone è il nono pianeta del Sistema Solare. Sedicenti scienziati della NASA, non ci avrete mai.

Questa citazione in particolare arriva da un pilastro della mia infanzia, “Allacciate le cinture: esploriamo il Sistema Solare”. “Allacciate le cinture! Viaggiando si impara” è un franchise di intrattenimento educativo degli anni ‘90, e comprende una serie di libri (questa l’ho scoperta adesso), un cartone animato (questo lo facevano su Bim Bum Bam, se non lo avete visto o non ve lo ricordate siete delle persone sfortunate), e una serie di videogiochi prodotti da Microsoft Kids, divisione della meravigliosa et defunta Microsoft Home.

Mi piace credere che sappiate tutti di cosa sto parlando, ma facendo qualche ricerca su Google è emerso che probabilmente all’edizione italiana ci abbiamo giocato solo io, mio fratello e un venditore eBay molto ottimista che aspetta il prossimo nostalgico per rifilargli il cd originale del ‘94 a 30 euri.

Il gioco riprende la trama del cartone: tutta la classe sale a bordo dello scuolabus magico pilotato dalla signora Frizzle, solo che a differenza dell’episodio corrispondente (e degli altri videogiochi della serie) perdiamo la signora Frizzle nello spazio. Lo scopo del gioco è trovarla, conducendo i ragazzi a spasso per i vari pianeti, raccogliendo informazioni su di essi e completando i minigiochi presenti, che ci forniranno dei gettoni: ogni gettone è un indizio su dove si trova la signora Frizzle. Ad esempio, se uno dei gettoni avesse detto “è rosso” avremmo capito subito che si trattava di Marte.

Un altro splendido videogioco che ricordo con forte nostalgia è “Missione Van Gogh”, del 1998. In un futuro lontano (ma forse neanche troppo) il Sole è praticamente scomparso dietro ad una coltre di smog e ci ritroviamo all’ingresso di un museo su Van Gogh. Entriamo, e un robottino appare a spiegarci che in un mondo senza Sole tutti i quadri hanno perso i colori, e ci chiede aiuto per ripristinarli. E qui arriva il bello, perché per farlo dovremo letteralmente entrare nei quadri, ricostruiti in un 3D splendido per l’epoca, e completare una serie di attività basate sulle informazioni fornite, ad esempio sull’ambiente riprodotto, sui colori, sulla prospettiva oppure su Vincent stesso.

Missione Van Gogh

Ho sempre amato l’arte e passeggiare su e giù per “Campo di grano con volo di corvi” è un’emozione impagabile.

Esploriamo il Sistema Solare e Missione Van Gogh sono alcuni esempi di giochi educativi, o serious game, che hanno fortemente contribuito alla mia cultura generale, in barba all’eterna crociata sull’influenza negativa che hanno i videogiochi sui bambini, oggi portata avanti perlopiù da madri che non sanno leggere un’etichetta PEGI e da telegiornali di dubbia valenza.

Cosa sono i serious game

I serious game sono videogiochi che contengono elementi educativi e non hanno esclusivamente uno scopo di intrattenimento.

Essi si basano largamente sull’apprendimento esperienziale (imparare facendo): le cose che sperimentiamo in prima persona ci rimangono impresse più fortemente e più a lungo di quanto imparato passivamente in classe, ad esempio.

Molto forte è anche la componente “trial and error”: grazie alla combinazione di divertimento e difficoltà il fruitore persiste sul problema finchè questo non è risolto. Un fallimento costruttivo che crea una conoscenza progressiva e che porta ad una lenta ma efficace risoluzione di enigmi sempre più evoluti.

Ne esistono di vari tipi, si va dagli esempi citati sopra, più rari, in cui la componente educativa è molto forte, ad alcuni titoli più conosciuti e in un certo senso “subdoli” per quanto riguarda l’apprendimento, come nel caso di videogiochi strategici e manageriali (Age of Empires, Caesar 3, Faraon, Civilization, e molti altri) che contengono riferimenti storici e aiutano a sviluppare abilità che vanno oltre il semplice nozionismo: capacità strategica, problem solving e abilità visuo-spaziali.

Caesar 3

Age of Empires 2

La gamification

I serious game sono giochi a tutti gli effetti che non vanno confusi con i software a cui sono stati applicati elementi di game design (gamification): obiettivi e livelli da raggiungere attraverso un sistema di punti, badge o titoli speciali che identificano il mio grado e mi conferiscono autorità, la competizione con altre persone.

Nonostante la creazione del termine sia recente (2010), la pratica di rendere divertente e coinvolgente il processo di apprendimento grazie all’informatica non è nuova: basti pensare ad esempio a quiz e minigiochi all’interno delle enciclopedie interattive su cd-rom che spopolavano nei ‘90, Omnia ed Encarta in particolare.

Enciclopedie interattive: Omnia 97

Oggi queste ultime sono quasi scomparse, ma possiamo trovare numerose applicazioni di e-learning, su smartphone e tablet, che sfruttano il gioco per aumentare il coinvolgimento, come le varie app per imparare altre lingue.

La gamification si è talmente diffusa che è subentrata anche in programmi che non hanno nulla a che fare con l’apprendimento.

Questo perché gli elementi di game design incentivano l’utente a compiere determinate attività, anche quelle più noiose (ce ne sono moltissimi che spronano a fare le pulizie, ma come potrà facilmente dedurre chiunque passi per casa mia, io non ne utilizzo) o per cui normalmente non sprecheremmo tempo, come scrivere una recensione su TripAdvisor.

tripadvisor gamification

Se TripAdvisor sapesse cosa mangio non sarebbe così propenso a rifilarmi questi badge

 

Tuttavia come detto sopra questi ultimi non sono giochi, e si rivolgono perlopiù ad un pubblico adulto, che tende ancora troppo spesso a concepire i videogiochi come qualcosa di diseducativo o, nella migliore delle ipotesi, una perdita di tempo.

È comunque innegabile che le cose stiano lentamente (un po’ troppo lentamente a mio avviso, ma meglio di niente) cominciando a cambiare e con una citazione dell’informatico e pedagogista Seymour Papert chiudo ed estendo a tutti, genitori e non, il mio invito a scoprire il meraviglioso potenziale dei videogiochi educativi.

I videogiochi insegnano ai bambini ciò che i computer cominciano ad insegnare agli adulti, e cioè che alcune forme di apprendimento sono rapide, coinvolgenti e gratificanti.

Serious game

Hail Fanacea!