The Booth at the End. Alzi la mano chi l’ha visto o quanto meno ne ha sentito parlare almeno una volta. Probabilmente l’ignorantone di turno sono io, o meglio ero: fortuna ha infatti voluto che potessi scoprire del tutto casualmente questa serie televisiva breve. Molto breve. Ahimè troppo breve. Sì, perché questo drama fantasy del 2010 a firma Christopher Kubasik (tra le altre cose anche creatore di giochi di ruolo a tema Star Wars) è un “missile”. Sia per la portata della serie, sia per l’estrema velocità con la quale si fa guardare (e qui entrano in gioco da una parte i 200 minuti totali e dall’altra la piacevolezza complessiva dell’intera opera, con il tempo che scivola via letteralmente).

La serie

Prima di continuare con le considerazioni del caso, vediamo un attimo di cosa parla. Ci troviamo negli Stati Uniti, in una città di finzione non meglio precisata. La storia si dipana all’interno di un classico diner americano anni ’50, il protagonista, The Man, siede sempre allo stesso tavolo, nell’angolo meno prominente del locale, dove riceve le persone che in cambio di un compito più o meno arduo possono veder esaudito il proprio desiderio. Questa, per sommi capi, l’idea alla base della serie tv, non mi spingerò oltre per evitare qualsiasi tipo di spoiler poco gradito.

the man al tavolo

Ogni singolo episodio dura tra i 21 e i 23 minuti, non si tratta di una sitcom, e quindi non siamo abituati per questo tipo di telefilm ad una lunghezza così ridotta all’osso, ma se il singolo episodio durasse di più, con ogni probabilità la serie perderebbe di mordente, per la particolare “configurazione” che gli autori hanno voluto dare al proprio lavoro. Non ci sono scene di esterni, non ci sono inseguimenti né movimenti, se non quelli dei clienti che si avvicinano all’«uomo», chiedendogli se è lui “quello che fa accadere le cose” (le parole sono mie, nessuna trasposizione). Di lì in poi sono sufficienti due persone per scena, una di fronte a l’altra, per dar vita ad uno dei telefilm più riusciti che abbia visto negli ultimi tempi. A cosa serve l’azione, infatti, se bastano le parole? Eppure di azioni si parla nel telefilm, di tutto quanto i protagonisti di turno debbano fare per realizzare i propri desideri. Pochi elementi, tanta sostanza. Si tratta di azioni alle volte portate all’estremo, perché se si vuole effettivamente coronare il proprio sogno più recondito, bisogna essere pronti a fare qualsiasi cosa. E rispondere, sempre e comunque, alla domanda che sta un po’ alla base dell’intera serie: “Fino a che punto sei disposto a spingerti per realizzare i tuoi sogni?”.

Il protagonista

La scelta del cast è azzeccata, quella del protagonista, ancor di più. “The Man” è interpretato da Xander Berkeley, già visto a fianco di Kiefer Sutherland in 24 (interpretava George Mason, direttore del Ctu) e in The Walking Dead (Gregory di Hiltop). Una prova di spessore: sempre seduto al suo tavolo, con il linguaggio del corpo di fatto dimezzato, e le sole voce ed espressioni a creare la profonda psicologia del personaggio. Che nel corso dei dieci episodi della serie è in grado di evolvere, nonostante l’impostazione del telefilm, almeno inizialmente, lo renderebbe impensabile. Il personaggio, in sé, invece, è “poco chiaro”, imperscrutabile, difficile da definire. Chi è “The Man”? Che tipo di poteri ha?

Il caso ha voluto…

Dopo aver visto la prima serie (la si trova su Netflix), sono rimasto colpito. L’ho cominciata così per caso, mentre cercavo invano di guardare la prima puntata di Punisher. L’app di Netflix crashava di continuo solo con la serie Marvel, forse era un segno del destino, che mi ammoniva di guardare qualcosa di nuovo e di diverso. Alla fine della fiera, l’unico vero problema di “The Booth at the end” è il fatto che sia composto da sole due stagioni. Ne meritava quantomeno il doppio.

Il consiglio? GUARDATELO!
Hail Fanacea!

P.S. Ho scoperto (anche in questo caso del tutto casualmente) che Paolo Genovese ha deciso di adattare per il cinema la serie. The Place, questo il titolo del film, con interpreti Valerio Mastandrea e Marco Giallini tra gli altri, è uscito nelle sale il 9 novembre. Credo che gli darò una chance. Speremo ben. Fingers crossed!

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