Bravo Two Zero: Full Metal Analisi pt.2

Recensione ed analisi di Bravo Two Zero

ROMBO DI TUONO!

SUSPANCE!

EROISMO!

Benvenuti (con questa intro power, ma per nulla attinente) alla seconda parte della FULL METAL ANALISI di Bravo Two Zero, il film che non sapevate di volere vedere.

Essendo che è una seconda parte, a meno che non siate fan dei film alla Memento e di capire le cose a guazzabuglio di cane, vi consiglio di cominciare dalla prima nel caso non lo abbiate fatto.

Dove eravamo rimasti?

Avevamo lasciato Ned Stark e il resto della compagnia dell’Anello in osservazione della MSR (Main Supply Route) irachena mentre passavano il tempo a bestemmiare felici dietro alla radio e a cagare nei loro sacchetti della popò.

Un bel quadretto vero?

Bene, a breve arriva tutta la amorevole shitstorm della guerra.

La manifestazione della Legge di Murphy è rappresentata da un simpatico pastorello che OPS si trova, rincorrendo una delle sue felici caprette, proprio in mezzo a questi soldati armati di tutto punto ma senza le uniformi e i baffoni uguali a quelli iracheni, ma bensì biondi e con questo accento strano di quelli che ti stanno tirando le bombe in testa.

Nonostante l’offerta di caramelle inglesi il bambino va subito a fare il gallo ‘n coppa alla monnezza e a spifferare tutto agli amici suoi.

La squadra delle SAS capisce che le cose di li a poco precipiteranno verso un oceano di male e attua il suo piano di evasione e fuga.

I guai non tardano ad arrivare.

Prontamente avvisati a fronteggiarli viene mandato un plotone carri che si getta contro di loro.

Regà AMMOTORATE

A questo punto vediamo l’attuazione di una RAI (Reazione Automatica Immediata) ma di una tipologia molto particolare.

Partiamo dall’inizio: a meno di non trovarsi fronteggiare dei pazzi, dei kamikaze, degli sprovveduti, o dei disperati senza nulla da perdere, se un’unità militare viene attaccata generalmente subisce l’attacco da una unità di livello superiore.

Per attaccare una coppia serve almeno una squadra, per attaccare una squadra il plotone, per il plotone una compagnia ecc ecc..

Inoltre se si è oggetto di un’imboscata è il nemico a decidere il tempo ed il luogo dell’azione, imponendoci la sua volontà per gettarci nel caos e raggiungere quelli che sono i suoi obiettivi.

In soldoni: se si viene attaccati il 90% delle volte si è sorpresi, in inferiorità numerica e in un luogo potenzialmente letale (Killing Area).
Per fronteggiare questo ogni militare viene addestrato a eseguire le RAI. Azioni “preimpostate” che, provate e riprovate in addestramento, consentono il disingaggio dall’azione di fuoco nemica, e la riorganizzazione dell’unità in un posto al riparo dal fuoco nemico dove si può chiamare aiuto, fare la conta dei danni e riorganizzarsi.

In questo video veramente esplicativo alcuni militari italiani di KFOR, la forza della NATO impiegata in Kosovo, si addestrano a effettuare la suddetta attività.

La RAI iniziale della squadra della SAS è come la banca che gira tutta intorno a te, differente.

La squadra della forze speciali non può permettersi di disingaggiarsi arretrando per chiamare supporto, perché sa bene che il supporto non arriverà mai e ritarderà solo il suo annientamento.

O si cavano da guai da soli, oppure regà è stato bello, ci beviamo una birra all’inferno.

La squadra delle SAS quando viene attaccata, ATTACCA A SUA VOLTA.

 

Lasciati gli zaini a terra, disposizione in linea per massimizzare il range di fuoco, avanzata con modalità fuoco-movimento a sbalzi: ciò che per le SAS è una RAI per un reparto tradizionale di fanteria non sarebbe altro che un assalto di squadra.

Dagli zaini tirano fuori le armi controcarro e il la loro azione diventa assolutamente violenta: la loro unica speranza è di caricare urlando l’orso affamato sperando che si spaventi e fugga via.

Fatti saltare i carri iracheni e trasformati in un po’ di soldati nemici in riusciti cosplayer di formaggio svizzero, l’azzardo riesce e la nostra squadra riesce a salvare la pellaccia (per il momento).

È tempo di fuga!

(con la “u” purtroppo)

WOW! Phil Collins!

Mollati i macigni-zaini i nostri eroi si lanciano in una estenuante corsa verso la Siria, rincorsi dalle incalzanti forze nemiche.

Arrivata la notte e con il freddo, e la comprensibile stanchezza cominciano i primi problemi.

Dopo un po’ la squadra si separa. Per quanto assurdo possa sembrare, l’infinita e monotona attività del camminare, mentre il freddo ti bastona incessantemente e la stanchezza ti stordisce, e il buio pesto non ti fa vedere nulla, rende la possibilità di smarrirsi per una pattuglia appiedata un pericolo concreto.

Ogni militare che ha effettuato il tipo un po’ addestramento da pattugliatore ha di sicuro nel suo serbatoio di storie quella del compagno che si addormenta a un punto di sosta e viene scordato dal resto dei frastornati colleghi che partono senza di lui (e che quando se ne accorgono devono tornare a riprenderlo dove lo hanno lasciato facendo la strada a ritroso, probabilmente bestemmiando tutti gli dei).

Facciamo adesso con un piccolo flashforwad: I nostri quasi ce la fanno, ma alla fine vengono catturati dall’esercito iracheno.

Adesso fate tantissima attenzione, perché stiamo per entrare nel cuore di questo film (e di questo scritto) e sopratutto in ciò che ha reso questa storia così tristemente famosa, e che ha dato al libro di Andy Mc Nab tutto il successo che ne è derivato.

Ma prima un piccolo excursus italico: Anche l’Italia ha avuto dei POW (Prisoner Of War), anche se non “ufficializzati” in quanto il nostro Paese non era ufficialmente in guerra (parola ormai difficile da usare nel nostro contesto).

Nel corso di una operazione di bombardamento molto sfortunata il Tornado del Maggiore Gianmarco Bellini e del Capitano Maurizio Cocciolone viene abbattuto e l’equipaggio catturato. Seguiranno settimane di prigionia, interrogatori e torture, che terranno col fiato sospeso tutto l’interesse mediatico nazionale.

Sicuramente chi ha seguito i telegiornali all’epoca si ricorderà della vicenda, ma per quanti fossero interessati alla storia raccontata dagli occhi del pilota, consiglio “Una notte in Arabia”  che ripercorre la vicenda e che ha molte somiglianze con quella raccontata in questo film.

 

Torniamo adesso ai nostri della perfida Albione e alle botte che stanno sonoramente prendendo.

In un contesto bellico i primi a catturarci (fortunatamente) molto raramente saranno gente specializzata a trattare con prigionieri di guerra. Semplici militari dell’esercito nemico, insurgents avversi al nostro schieramento o anche semplici pastori o contadini, interessati a venderci il miglior offerente.

Non essendo addestrati alle tremende tecniche di interrogatorio del personale specializzato ci sapranno somministrare l’unico trattamento che conoscono: un oceano di botte. Magari frustrati dalla perdita di qualche persona o bene e da tutto lo stress accumulato per il contesto bellico riverseranno su di noi tutta la loro rabbia e se non ci sarà qualche persona capace di fermarli, magari qualche ufficiale conscio del nostro effettivo “valore”, potremmo anche rimetterci la pelle.

La prima cattura, per quanto “hard” possa essere stata, è il miglior momento per tentare la fuga. Non avremmo occasioni migliori di questa in quanto siamo di fronte a personale non addestrato a trattarci, magari in una struttura detentiva arrangiata alla buona e soprattutto le nostre condizioni fisiche e mentali, per quanto devastate, non saranno mai migliori di queste. Tutto ciò che verrà dopo sarà decisamente peggiore.

Assieme ad un po’ di schiaffi, i ragazzi della Bravo cominciano a essere interrogati. I soldati iracheni elargiscono un po’ di argute deduzioni:

Una variante irachena del celeberrimo gioco “indovina la nazionalità”

Andy risponde alle loro domande con le informazioni che è autorizzato a rivelare: nome, cognome, nazionalità e matricola militare. Che ovviamente non è sufficiente per i suoi aguzzini.

 

Come l’amato Capitan jack Sparrow e il suo parley, Andy tira fuori la carta della Convenzione di Ginevra. Uno degli scopi della famosa Convenzione, una serie di trattati stipulati tra vari stati sopratutto concernenti i conflitti bellici, fu quello di delineare tutta una serie imprescindibile di diritti che spettano ai prigionieri di ogni guerra, che devono ricevere cure mediche, essere trattati umanamente e protetti sia dalle violenze fisiche (inclusa la tortura) che verbali.

Andy però riceve subito una importantissima lezione di geografia.

“Acciderbolina! Che terribile equivoco!”

Nei conflitti moderni, soprattutto quelli “asimmetrici” (dove a forze armate convenzionali si oppongono forze paramilitari, insorgenti o organizzazioni terroristiche), è abbastanza utopistico ricevere un trattamento 5 stelle lusso come quello delineato dalla Convenzione e, molto più verosimilmente, la nostra prigionia sarà un vero e proprio inferno.

Giocata la prima carta senza successo, al nostro Andy non rimane altro che diventare il cosiddetto “uomo grigio”. Scordatevi il comportamento da macho dei film hollywoodiani, dove l’eroe di turno si dimostra forte di fronte ai proprio carcerieri, arrivando anche ad insultarli con fare smargiasso. Quello del catturatore-catturato è un gioco dove il manico del coltello è sempre dalla parte del primo e tutta la sofferenza che riceveremo e, sopratutto, la durata di quest’ultima sarà unicamente a sua discrezione.

Indispettirli o farsi vedere incredibilmente resistenti non si dimostrerà mai una carta vincente e anzi potrebbe essere un ottimo modo per farsi ammazzare.

L’attuale dottrina consiglia di trasformarsi immediatamente nell’ “uomo grigio”.

…Chi è l’uomo grigio?

Neanche lui lo sa per certo. L’uomo grigio è confuso, un po’ in stato di shock dai trattamenti ricevuti, non sa neanche bene lui come si è trovato in quella spiacevole situazione, eseguiva degli ordini che non capiva e forse neanche condivideva. L’uomo grigio è molto educato, ringrazia sempre per ogni gentilezza ricevuta (anche quando non lo è per nulla) e chiede le cose con garbo, senza lamentarsi se non le riceve e si scusa per il proprio stato e di non poter essere di aiuto alle ricerche dei proprio interrogatori. L’uomo grigio non ha particolari sentimenti ma solo bisogni primari.

“Sono un po’ confuso e mi fa un po’ male tutto. Potrei avere un panino per piacere?”

L’ ufficiale iracheno, sopraggiunto per provare a interrogare, avvisa Andy che il prossimo step del suo magnifico viaggio nella detenzione irachena non sarà simpatico come quello che stava vivendo ora.

Finito il tempo dei non specializzati infatti è l’ora dei professionisti. Dopo i primi catturatori finiremo presto o tardi nelle mani di chi è un maestro a cavarci fuori tutto quello che gli interessa sapere da noi.

I servizi segreti.

Probabilmente riceveremo meno maltrattamenti fisici (non sono così paganti come si può pensare) ma al suo posto avremmo un vero e proprio trapano mentale che tenterà di perforarci dove siamo più deboli per tentare di rompere il nostro involucro.

Posizioni insopportabili da mantenere (le cosiddette “stress position”), privazione del sonno, alterazione dei ritmi, constante presenza di fame sete, continui interrogatori con le medesime domande, mantenimento di una fase di stress e umiliazioni fisiche e mentali. Per un indefinito periodo di tempo.

Il nostro corpo a quel punto potrà trasformarsi in una maschera di dolore, potranno strapparci le unghie e romperci tutte le ossa, ma sarà solo quando romperanno la nostra mente che avranno vinto.

Affetti, sentimenti, delusioni, la loro sonda mentale cercherà in tutto modi di scovare il punto di rottura e la nostra unica possibilità sarà fare in modo che ci mettano più tempo possibile per scoprirlo. Il tempo è un’arma a doppio taglio: per loro magari determinate informazioni avranno valenza solo se scoperte in tempi brevi, per noi potrebbe essere una data di scadenza di sanità mentale.

Il fattore tempo in questo caso volge a favore dei nostri militari della SAS. Con lo stravittoria delle forze della coalizione, tutti sono consapevoli che la guerra sta volgendo al termine.

Per paura delle eventuale ritorsioni relative alla violazione dei vari trattati non rispettati, tra cui quello di Ginevra, i nostri prigionieri ricevono un trattamento sempre più umano e una strana attenzione da parte dei precedenti carcerieri.

“NA CREMA”

La loro liberazione arriverà poco dopo, dove avranno modo di ricongiungersi con gli altri prigionieri di guerra e tornare a casa sani e salvi.

La Guerra, e la loro storia, è finalmente finita.

E anche noi ci lasciamo così, con le granitiche parole del Gen. (crtl+c/ crtl+v) Schwarzkopf, che mette la parola FINE alla guerra in territorio iracheno.

…almeno fino al sequel, “Iraqi freedom”!

(…e allo spin off, “Inherent Resolve”)

‘MMERICA e HAIL FANACEA!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.