Bravo Two Zero: Full Metal Analisi

Recensione ed analisi di Bravo Two Zero

Stanchi dei soliti film di guerra americani pieni di eroi che muoiono sempre in modo epico in rallenty e al tramonto? Disgustati dal classico filmetto televisivo per casalinghe preoccupate sui soldati italiani che vanno all’estero con le armi ma sono tutti piezz’e’core a mamma che non fanno male a nessuno? Dubbiosi sui film francesi dove i soldati non si arrendono mai?

Bene ragazzi. Ho il film che fa per voi.

Bravo Two Zero è una miniserie televisiva del 1999 diretta da Tom Clegg ed è la trasposizione, molto fedele, dell’omonimo libro di Andy McNab, pseudonimo di un ex operatore delle SAS (Special Air Service), un’unità delle forze speciali inglesi annoverata tra le migliori al mondo.

Il libro è il primo di una serie che il simpatico Andy ha scritto (i primi tre autobiografici, gli altri romanzi sempre inerenti il mondo delle forze speciali inglesi) e racconta la storia dell’omonima pattuglia che, nel corso della prima Guerra del Golfo, ha condotto una sfortunata operazione aldilà delle linee nemiche e che è stata catturata dai servizi segreti del caro vecchio zio Saddam Hussein, subendo ogni tipo di crudeltà.

In questo film non troverete baggianate esagerate volte ad esaltare (magari propagandisticamente) un determinato spirito dei soldati, ma troverete la più cruda verità, raccontata più secondo uno stile documentaristico della BBC, che lo ha prodotto.

Proprio con questa consapevolezza il film, ma anche il libro, diventeranno per voi un onesto film dell’orrore che vi trascinerà nell’incubo vissuto dai prigionieri di guerra e del loro inferno senza fine e senza speranza.

E poi diamine,

c’è Sean Bean! Il morto più morto di tutta la storia del grande e piccolo schermo questa volta non muore (perché interpreta Andy McNab), ma le cose non gli vanno lo stesso per un cazzo bene.

In questo articolo vedremo una analisi dettagliata di ciò che viene raccontato nel film, dandovi parecchi perché a molte cose WTF che ci trovete, ed alcuni collegamenti con eventi che ci hanno riguardato più da vicino che vi faranno dire “Ma come… ma anche noi?!? WHAT A SORPRESA!”.

Se siete incuriositi vi consiglio la lettura dopo la visione del film perché saranno cose alquanto spoilerose. La distribuzione in Italia non è stata un granché, tuttavia dal “mariuolo” ne troverete facilmente una versione in lingua originale sottotitolata.

Ma prima un piccolo cappellozzo storico.

La prima Guerra del Golfo si è svolta tra il 1990 ed il 1991 ed ha visto contrapporsi una coalizione di stati sotto egida delle Nazioni Unite, guidata dagli americani e appoggiata anche dagli stati arabi del golfo, e l’Iraq di zio Saddam Hussein, il baffo più simpatico del medio oriente, dopo che questi aveva invaso il Kuwait.

La peculiarità di questa guerra è stata sicuramente data dalla sua esposizione mediatica, poiché è stata la prima a venire seguita passo passo dalla stampa, che ha portato carri armati, bombe, esplosioni e morti per la prima volta nei telegiornali di tutto il mondo. Verrà infatti chiamata “la prima guerra del villaggio globale”.

E noi italiani? C’eravamo?

C’eravamo e come ci teneva a far sapere la nostra stampa chiamavamo sempre “a mamma”

L’Italia invierà in quel gigantesco dispiegamento militare 1 fregata e 8 cacciabombardieri Tornado, assieme a svariati militari soprattutto aeronautici e navali.

La prima Guerra del Golfo ha vissuto infatti nella dolce illusione che ormai le guerre potessero essere vinte solamente con la supremazia aerea, senza sporcarsi più di tanto le mani inviando i cosiddetti “boots on the ground” e senza il rischio di infilarsi in nuovo Vietnam con truppe a terra incastrate in una guerriglia senza fine.

È stata condotta infatti prevalentemente per via aerea, con bombardamenti mirati che non hanno lasciato scampo all’esercito iracheno, e con il suo più grande pericolo racchiuso nella contraerea e nelle capacità balistiche di Zio Saddy, rimaste abbastanza insidiose.

Ed è proprio per contrastare questa minaccia che viene pensata l’operazione della pattuglia Bravo Two Zero.

“Oliver Onions – Dune Buggy” playing

Gli Scud infatti erano una famiglia di missilozzi sovietici che vennero scagliati da Saddam nei confronti di Israele, non tanto con obiettivi militari ma bensì strategici.

Come spiega il suo sosia inglese in fase di briefing, l’intento del lancio era unicamente quello di provocare Israele, lo stato odiato da tutti i paesi arabi. Se Israele fosse entrato in guerra l’alleanza con i paesi del Golfo che stavano partecipando alla guerra, e che la stavano “legittimando”, essendo arabi musulmani e sunniti come il leader iracheno ed il suo partito, sarebbe andata in frantumi.

Come già narrato nell’articolo su Game Of Thrones dove analizzavamo la missione sucida del dream team dei cavalieri all’interno del freddo Nord, paragonandola ad una unità speciale moderna, è proprio nella risoluzione di obiettivi strategici che assetti pregiati come quelli delle forze speciali hanno il loro migliore impiego.

Un’operazione di infiltrazione e distruzione di obiettivi con valenza strategica aldilà delle linee nemiche: sembra proprio pane per le SAS.

Dopo aver ricevuto i dettagli è tempo di pianificazione.

E come al solito, le cartine su cui farlo fanno cagare

La pianificazione è la base di ogni operazione militare. Nonostante i gusti del caro vecchio Colonnello Hannibal, che adorava i piani ben riusciti, raramente le operazioni militari vanno come pianificato, tuttavia una buona pianificazione ti permette di studiare bene tutto ciò che è a corredo della zona in cui andrai ad operare e di ipotizzare delle contingency (“cosa facciamo se succede questo”) che ti permettono di agire in modo automatico in operazioni senza doversi parlare e coordinare nelle fasi più concitate dell’azione.

Tra le varie cose da decidere prima vi è anche quella della cover story, ossia la storia di copertura. Le forze speciali, così come equipaggi di volo o il personale designato per la QRF (Quick Reaction Force) sono ad alto rischio isolamento e cattura e quindi devono essere “pronti”, anche se alla fine dei conti non lo si è mai, a questa eventualità.

Per fare ciò svolgono dei corsi di sopravvivenza, evasione, resistenza alla cattura e fuga che gli insegnano i rudimenti per cavarsela quando saranno soli e non ci sarà nessuno a poterli aiutare.

Tra le varie cose insegnate vi è anche quella di non dare informazioni su chi si è ed il proprio operato in caso di cattura. Le uniche informazioni che si possono rivelare solo nome, cognome, grado e matricola.

Essere completamente zitti in fase di cattura non è assolutamente premiante e quindi può essere conveniente concordare una storia di copertura in fase di pianificazione che possa sviare su quello che si fa veramente.

Le ultime correnti di pensiero però valutano quella della storia di copertura come una cosa abbastanza fallace, poiché gli interrogatori si possono susseguire per mesi, in condizioni di devastazione mentale sempre peggiori (mentre il personale che effettua gli interrogatori è sempre fresco e riposato e sa benissimo quello che hai detto in precedenza) ed è facile contraddirsi.

“Che dici? Faccio l’accento svedese?”

Ma approfondiremo il rapporto prigioniero-catturatore successivamente, nella seconda parte di questo articolo.

Parliamo invece di armi ed equipaggiamento.

Cosa?! 95 kg?!

Ebbene sì cari amici del OMMIODDIO-LO-ZAINO-PER-ANDARE-ALLE-MEDIE-PESAVA-TANTISSIMO oppure professionisti del trekking che dicono che non deve pesare più del 10% del proprio peso.

Scordatevi il “Armi ed quipaggiamento?” “PSP (Presi Sul Posto)” di Metal Gear Solid. Il vero operatore FOS (Forze per Operazioni Speciali) si deve portare tutto dietro. Armi, munizioni (e come si vedrà dopo ne tireranno fuori parecchie), equipaggiamento, vestiti (pochi, perché tanto s’ha da puzzà), generi di conforto, cibo ed acqua per tutti i giorni previsti dell’operazione (ricordando sempre che 1 litro di acqua=1 kg)… e anche per quelli non previsti.

Considerando che, come esplicitato nel film, ognuno si deve portare dietro tutto il materiale per portare a termine la missione, è facile intuire come si arrivi a quel peso.

Generalmente si divide il materiale in questo modo: nello zaino si mette tutto il necessario per assolvere la missione e alimenti per una sostentazione a medio/lungo termine, nel gibernaggio sostentazione a breve termine con armi e munizioni per autodifesa, addosso (nella mimetica) sostentazione per un giorno e una scatolina con l’essenziale del materiale di sopravvivenza.

Questa divisione è stata pensata per ottimizzare il rapporto mobilità/sopravvivenza: se hai bisogno di mobilità perché devi scappare dalle forze nemiche, dovrai rinunciare gradualmente a un po’ delle tue possibilità di sopravvivenza.

Come mezzo di infiltrazione viene scelto l’elicottero, alla luce del fatto che la coalizione anti-Saddam godeva della supremazia aerea, e fin da subito i piloti ci tengono a far sapere che nel caso le cose non dovessero andare per il meglio prenderebbero una direzione diversa rispetto a quella della pattuglia delle SAS.

Chi gioca ai giochi di strategia sa bene che perdere un’unità pregiata, o un assetto costoso è molto più dannoso che perdere un bruto fante carne da cannone che prepari in cinque minuti. È la stessa cosa per il gioco di guerra reale, dove ai vari assetti corrispondono vari “pesi” che vanno gestiti in funzione dell’importanza della missione da compiere e dei rischi di perderla.

I piloti, alla luce del fatto che sono personale selezionato ed hanno una lunga e costosa formazione, sono molto in alto nella “catena alimentare”, ma gli operatori FOS lo sono ancora di più.

Ed è questo il motivo per cui vanno usati con oculatezza e, se inseriti in operazioni “behind the enemy lines”, principalmente per la risoluzione di obiettivi di importanza strategica.

Una volta infiltrati, gli operatori della pattuglia Bravo Two Zero cominciano il loro lavoro di osservazione, felicemente imboscati.

La missione perfetta del pattugliatore oltre le linee nemiche si risolve senza sparare un colpo (a meno che la missione non lo richieda). Infiltrazione, azione, esfiltrazione. Ingaggiare il combattimento con le forze nemiche vorrebbe dire potersi trovare contro un’infinità di rinforzi nemici, senza possibilità di essere supportati in alcun modo dalle forze amiche.

Le radio che non funzionano… che novità!

Anche considerando che i collegamenti radio non sono mai il massimo ed inficiano sulla capacità di C2 (Comando e Controllo) dell’operazione. Nella guerra del golfo, come in quasi tutti i teatri operativi, si godeva dell’ausilio degli AWACS, giganteschi “aeroplani radar” che sono sempre in volo a quote elevatissime e che garantiscono una copertura radio per tutte le truppe alleate. Tuttavia quella dei collegamenti radio non è una scienza esatta a volte questo collegamento manca. Un soldato che non comunica e che non può ricevere ordini, è un soldato in difficoltà ed in potenziale pericolo.

E chiudiamo questa prima parte con l’analisi di una scena abbastanza curiosa.

Un po’ di cacca nelle buste, tutto il fascio delle Spec Ops!

Ebbene sì ragazzi. Cacca (e pipì) nei sacchetti. Quando vi dicevo che il pattugliatore oltre le linee nemiche si deve portare dietro tutto, intendo proprio TUTTO. I propri rifiuti potrebbero diventare infatti delle preziose tracce per il personale atto alla ricerca di elementi infiltrati e per il loro più grande strumento: i cani.

Il migliore amico dell’uomo infatti, e il suo sviluppatissimo olfatto, è in grado di seguire passo passo tutti gli spostamenti di una traccia, anche dopo giorni che questa è stata lasciata. Una volta che un cane è sulle sue tue tracce non hai scampo, prima o poi ti raggiungerà. Bisogna quindi evitare di lasciare evidenti segni del proprio passaggio sul terreno che possano essere imputabili a noi, in modo che il fido “bobby the dog” non possa essere indirizzato su quale è l’odore da seguire.

Cacca e pipì quindi vengono con noi.

E con questo momenti di m… elma chiudiamo questa analisi, a premessa di quelli in cui finirà dritta dritta la pattuglia Bravo Two Zero. SPLASH!

Nella prossima parte parleremo quindi di ingaggio con il nemico, reazioni automatiche immediate, fuga ma soprattutto CATTURA e PRIGIONIA, il vero momento hard di tutta questa storia.

Ma prima di lasciarci… come mai, per fuggire ai cani, può essere una buona idea portarsi dietro una matita e un temperino?

Fatemelo sapere nei commenti!
(La soluzione nella prossima puntata)

Alla prossima e HAIL FANACEA!


Se voleste recuperare il film lo trovate qui (occhio che c’è solo in inglese). Se invece vi interessa leggere il libro dal quale è stata tratta la storia andate qui.

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