Darkest Dungeon: un gioco che sa di morte, incenso e sangue

darkest dungeon

Un soleggiato pomeriggio di saldi estivi su Steam, qualche mese fa, avevo notato in offerta Darkest Dungeon, un gioco del quale avevo sempre sentito parlare bene. Atmosfera gotica, elementi roguelike, combattimento a turni tattico ed un particolare decisamente importante: girava sul mio scassatissimo portatile che ormai ha un’età a due cifre. Non sapevo ancora, nel momento in cui pigiavo sul tasto “acquista”, in cosa mi stavo ficcando.

Darkest Dungeon non è un semplice gioco. È il male. È crudeltà. È sofferenza… e sinceramente non riesco a smettere di giocarlo.

Se dovessimo descrivere in poche parole Darkest Dungeon potremmo definirlo un RPG 2D con combattimento a turni su un impalco roguelike. Si tratta quindi di un titolo che fa della casualità (e del modo in cui la andremo a manipolare) il fulcro attorno al quale ruota.

Dungeon generati in maniera procedurale, abilità che hanno percentuali di fallimento e danni variabili, ricompense casuali: tutto sembra propendere per un gioco dove la fortuna è più importante della bravura. Questa impressione se ne va non appena si scava appena sotto la superficie, dove le meccaniche si intrecciano e ci mostrano che sapersi preparare alle avversità ed ai colpi del caso è un’abilità che farà la differenza fra il trasformare i nostri avventurieri in eroi o croci di legno che adornano il cimitero del villaggio. Però procediamo con ordine.

Ruin has come to our family…

La storia di Darkest Dungeon si apre con noi che riceviamo una lettera scritta dal nostro antenato poco prima di suicidarsi. Ci informa che la nostra tenuta è in rovina, che forze oscure ci si annidano al di sotto e che è compito nostro occuparci di eliminare questa minaccia. Non saremo da soli in questa impresa, ovviamente. Anzi, a dire il vero non saremo nemmeno noi in prima persona ad occuparcene; da bravi nobiluomini infatti potremo reclutare avventurieri e tagliagole per andare a fare il lavoro sporco al posto nostro.

darkest dungeon

Il gioco si struttura in due parti principali: l’Hamlet (il villaggio) ed i dungeon veri e propri [ndr: la traduzione italiana fa pena. Fatevi un favore e giocatelo in lingua inglese]. Nell’Hamlet potrete trovare vari edifici che vi permettono di potenziare i vostri avventurieri, curare le loro ferite (e la loro psiche infranta), reclutarne di nuovi per sostituire quelli che hanno incontrato la triste dipartita nei meandri dei dungeon infestati di mostri oppure acquistare oggetti che vi permettano di avere qualche chance in più.

Tutto ciò, ovviamente, è solo un accessorio ai dungeon, che rappresentano il cuore pulsante di questo gioco. Un cuore nero, mefitico, malvagio. I vari dungeon disponibili, infatti, rappresentano le varie parti della tenuta del vostro antenato (ed ora una rogna del tutto vostra) infestate da entità che strizzano violentemente l’occhio ai racconti di tradizione Lovecraftiana. Questa è stata una sorpresa per me, sinceramente; mi aspettavo un’ambientazione più tendente al dark fantasy ed invece a fianco di crociati armati di spadone e scudo troveremo tagliagole armati di pistola e moschettieri col fucile. Ogni dungeon disponibile vi fornirà una missione. Possono essere diverse (da “elimina tutti i nemici” ad “esplora tutte le stanze” a “distruggi 3 altari” ecc…) ed il loro livello di difficoltà, da 1 a 6, indica quali eroi del vostro pool potranno affrontarla. Non c’è problema a mandare a morire dei novizi in un dungeon decisamente troppo difficile per loro, ma i veterani si rifiuteranno di partecipare a missioni al di sotto delle loro aspettative.

Questo è un aspetto di gameplay molto interessante; infatti, a differenza di altri giochi alla XCom e compagnia bella dove possiamo fare il nostro dream team ed asfaltare i nemici con i nostri più potenti eroi, in Darkest Dungeon il saper gestire il pool di eroi a nostra disposizione sarà un’abilità fondamentale che determinerà l’esito delle nostre incursioni. Ogni dungeon, infatti, segnerà profondamente i nostri avventurieri, modificando la loro psiche e regalandogli terribili ossessioni o disturbi se il loro livello di stress dovesse superare quello che sono in grado di sopportare. Dopo ogni missione, quindi, sarà necessario farli riposare e/o rattopparli, ma ciò comporta che per la missione successiva non saranno disponibili.

A questo va aggiunto il carattere di permanenza che ha la morte di un personaggio. Una volta che avrete spinto troppo oltre i vostri avventurieri ed essi moriranno, per loro è game over. Tutto il progresso fatto, i loro livelli, i loro potenziamenti ed equipaggiamenti sono persi, e dovrete trovare qualche altra nuova recluta da mandare al macello al posto loro. Darkest Dungeon non è un gioco che ci va leggero, ed ogni vostra scelta, da che classi (12, tutte con abilità e ruoli diversi) utilizzare per la vostra missione, a quali oggetti equipaggiare, quali provviste portarvi, che percorsi fare all’interno del dungeon, determinerà se ne uscirete carichi d’oro o carichi di traumi e con qualche membro in meno.

darkest dungeon lotta

Il vostro obiettivo, man mano che affronterete le varie missioni, sarà di sconfiggere i boss presenti nei diversi dungeon fino ad avere una squadra abbastanza forte da poter affrontare il Darkest Dungeon, le segrete della tenuta del vostro antenato nelle viscere delle quali si annidano orrori anche peggiori di quelli che strisciano al di fuori di esse.

Il gameplay, claustrofobico ed opprimente, è accompagnato da una colonna sonora eccezionale, con la quale duetta il doppiatore che interpreta l’Antenato, unico nostro narratore che ci guiderà in questa spirale discendente verso la follia. Tutto ciò, insieme ad uno stile grafico 2D curato e cupo, ci catapulta in questo mondo di follia, sangue e morte, corredato da una community di modder che prende questo gioco già decisamente vasto (visti anche i due DLC disponibili ed assolutamente consigliati una volta terminata la vostra prima run) e ci costruisce sopra con un livello medio di qualità davvero sorprendente.

Quando ogni scontro potrebbe essere mortale, quando ogni personaggio al quale hai dedicato ore su ore potrebbe morire per un errore di calcolo, quando sei a tanto così dal completare la missione ma i tuoi avventurieri sono stanchi e feriti e non sai se ce la possono fare e non sai se ritirarti o no; tutte queste situazioni aumentano la posta in gioco ed automaticamente ci fanno immergere in questa ambientazione. Le atmosfere cupe e spaventose tipiche dei racconti di Lovecraft sono amplificate dal terrore che provi ogni volta che i nemici mettono a segno un colpo critico sul tuo unico healer e l’Antenato commenta con un “Grievous injury, palpable fear…”.

Darkest Dungeon è un gioco che sa di paura e terrore, non quello tipico dei giochi horror fatto di mostri che spuntano urlanti all’improvviso, ma quello più subdolo del “avrei dovuto comprare un po’ più di razioni ed ora la mia tirchiaggine farà morire il crusader sul quale ho investito un sacco di soldi ED È TUTTA COLPA MIA”.

C’è la paura dell’ignoto, la paura di sbagliare, la paura del non aver calcolato bene in cosa ci stavamo ficcando. Darkest Dungeon è un gioco che puzza di morte, di incenso, di sangue. Vi consiglierei di non affezionarvi a nessuno dei vostri personaggi, ma come si fa a non affezionarsi al vostro Lebbroso che combatte con una maschera perché si vergogna delle sue menomazioni e che ha un problemino col bere? O all’Abominio, che combatte i demoni della tenuta coi demoni dentro di lui?. Nei meandri dei dungeon della tenuta non c’è spazio per i sentimenti, perché i sentimenti vi faranno ammazzare, ed è una lezione che si impara in fretta.

Se consiglio questo gioco? Assolutamente sì. Poi però non venitemi a dire che non vi avevo avvertito.

Darkest Dungeon è disponibile su Steam per PC, Mac e Linux, su PS4 e PlayStation Vita, e da gennaio 2018 lo trovate anche su Nintendo Switch!

darkest dungeon nintendo switch

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