Zombi: l’attacco al potere

L’alba dei morti viventi. Lenin, proletariato e comunismo.

Dopo il successo inatteso de La notte dei morti viventi Romero torna sulla sua creatura primigenia donando al mondo il secondo capitolo della saga, l’iconico Dawn of the dead, arrivato in Europa col titolo di Zombi grazie all’aiuto del “nostro” Dario Argento. Grazie proprio al successo di pubblico, e quindi economico, del primo film, questa volta Romero è in grado di aumentare enormemente i valori produttivi della pellicola, permettendogli di allargare gli orizzonti della narrazione, uscendo dalla claustrofobica (seppur stupenda) ambientazione rurale del precedente film e mostrandoci quindi un contagio molto più “di massa” rispetto a quanto potessimo solo intuire ne La Notte.

DAWN OF THE DEAD

 

LA RIVOLTA DIVENTA INSURREZIONE

Questo allargamento di prospettiva si riflette direttamente sullo sviluppo dei protagonisti non morti e della loro coscienza “politica” come massa. Se riprendiamo l’interpretazione dell’evoluzione dello zombie come allegoria del cammino del proletariato verso l’emancipazione è possibile comprendere il salto di qualità che ci viene presentato. Inserito in una prospettiva storica infatti il capitolo precedente ci presenta una situazione materiale più simile alle jacqueries, ovvero una rivolta contadina spontanea dettata più dal desiderio di rivalsa immediata che da obiettivi politico-economici di lungo termine; di contro la folla-orda de L’alba prende le mosse da un contesto urbano decisamente più operaio (la città che vediamo in Zombi è Pittsburgh, sede della grande industria siderurgica americana) e rivolge la sua forza verso i luoghi di produzione e scambio del capitalismo, esemplificati splendidamente dal celebre centro commerciale.

IL LUOGO DI CULTO DEL CAPITALE

Vorrei concentrarmi per un attimo proprio sull’ambientazione del centro commerciale. Infatti se è diventato così celebre, al punto da essere il tratto più distintivo della pellicola, non è soltanto per la sua centralità nello svolgersi della narrazione, ma anche per il sostrato di significati che Romero vi attribuisce. Innanzitutto, come accennato nel paragrafo precedente, rappresenta una componente importante nel “salto di qualità” compiuto dalla rivolta/contagio, che qui si rivolge verso i luoghi del capitale. Inserito nella metafora più ampia dell’evoluzione dei morti viventi esso diventa una sineddoche dei modi di produzione del capitalismo. Il centro commerciale è quindi il luogo in cui l’alienazione del valore economico creato dal lavoratore industriale viene concretizzata (vendita), la massa assediante vi si rivolge quindi in un atto di riappropriazione: un esproprio volto a riottenere la ricchezza che la classe dominante ha sottratto a quella dominata.
Questa è certamente una chiave di lettura centrale in tutto il film; possiamo però analizzarne una seconda, non meno importante, incentrata sul rapporto tra i protagonisti umani e l’ambientazione-centro commerciale, la quale si schiude su una spietata critica all’ideologia consumista.

LA FALSA COSCIENZA CONSUMISTA

Tale ideologia emerge come dominante nei protagonisti “viventi” nel momento stesso in cui essi mettono piede nel centro commerciale: “un posto stupendo” nelle loro stesse parole. In quanto dominante essa diventa quindi falsa coscienza, portando i vivi ad agire in modo contrario anche ai propri interessi più impellenti.
Contro ogni logica di sopravvivenza dettata dalla loro situazione (isolati dal mondo, circondati da creature nemiche) i protagonisti si rifugiano nel lusso, avendo completamente introiettato il sistema di valori capitalisti: razziano i negozi, fanno incetta di abiti costosi, mangiano tartine al caviale, ecc. In una scena molto emblematica avviene il ritrovamento di una cassaforte piena di soldi, e tutti e quattro partecipano allegramente alla spartizione del bottino, incapaci di comprendere il loro feticismo verso il denaro dettato dalla mentalità predatoria capitalista e quindi ciechi di fronte al fatto che quei dollari ormai non sono altro che pezzi di carta.
Durante la loro permanenza nel centro commerciale i quattro si dedicano poi a tutte le possibili attività e svaghi offerti da quel luogo, retaggio di un mondo ormai morente. Non siamo più di fronte ad una corsa per la sopravvivenza, quello a cui assistiamo è l’emanazione della sovrastruttura capitalista, la quale si concretizza in quello scintillante luogo fisico del capitalismo.
Ben presto però questi surrogati di benessere esauriscono la loro funzione anestetizzante, in quanto uno dei requisiti dell’ideologia consumista è la continua creazione e sostituzione di falsi bisogni indotti. Questa dissonanza tra necessità umane e bisogni indotti dalla falsa coscienza genera crisi all’interno del gruppo dei sopravvissuti. Vediamo emergere rabbia, noia, frustrazione e senso di rassegnazione: nonostante l’abbondanza materiale di cui sono circondati, i vivi si sentono rassegnati ad una condizione di inutilità esistenziale, una costante attesa della fine. Sono loro i veri morti.

CONTRADDIZIONI E CONFLITTO

Paradossalmente, la fine del “regno” nel centro commerciale non è dettata dall’assedio dei non-morti, ma da un’altro gruppo di viventi, ovvero una banda di motociclisti dediti a razzie e saccheggi. La contrapposizione tra loro e i protagonisti non è di tipo ideologico-politica, ma meramente interna alle meccaniche dell’accumulazione del capitale. Essi escono vincenti da questo confronto “in seno al capitale” non perché migliori, ma perché hanno maggiormente introiettato le regole predatorie del capitalismo: essi non sono altro che la naturale evoluzione dell’ideologia dominante capitalista in un ambiente privo di costrizioni sociali o etiche. Il loro obiettivo, scevro di considerazioni o restrizioni morali, è l’accumulazione: la regola primaria del capitale.
Di nuovo: nonostante la situazione oggettiva in cui tutti loro vivono, una condizione di pericolo esistenziale, di avversità esterne, essi decidono comunque di soccombere allo sfruttamento degli uni sugli altri piuttosto che unirsi e collaborare per poter avere maggiori possibilità di sopravvivenza.
Le contraddizioni interne al sistema capitalista e all’ideologia consumista (sua emanazione filosofica), creano le condizioni per la crisi e la rovina del sistema stesso.
Al contrario i non morti, nonostante la loro natura apparentemente bestiale e deumanizzata (dei “cannibali disumani” come vengono definiti testualmente), dimostrano paradossalmente un maggior senso di solidarietà tra di loro, che potremmo definire “di classe”, in quanto non si nutrono mai dei loro simili.

LOTTA DI CLASSE INTENSIFIES

Come abbiamo detto in apertura il livello dello scontro si alza, passiamo da focolai di rivolta sparsi nei piccoli centri rurali ad un allegorico assalto ai grandi centri urbani industriali e ai luoghi di produzione capitalista. E fin da subito, letteralmente dalla prima scena del film, capiamo che anche la reazione del potere costituito si è fatta più intensa e violenta.
In questa prima sequenza d’azione vediamo infatti un gruppo di militari e forze d’elite della polizia effettuare un assalto ad un palazzone in un quartiere popolare. La motivazione è che i residenti si rifiutano di consegnare i cadaveri dei propri morti. Romero ci mostra qui i veri allineamenti in campo: da una parte le forze a difesa del potere; dall’altra le forze di massa e organizzate degli zombie e, inconsapevolmente, le fasce più povere della popolazione (non ancora risorte).
In questo sottogruppo troviamo soggetti molto diversi (operai, afroamericani, immigrati, emarginati) ma di fatto accomunati dalla loro condizione di vita oggettiva, rappresentata proprio dal palazzone popolare in cui vivono. Ed è proprio questa appartenenza di classe che li rende indistinti dagli zombie agli occhi delle forze reazionarie: la stessa violenza brutale e letale viene indirizzata egualmente tanto ai non morti quanto agli occupanti del palazzo viventi. Questa comunanza di interessi di classe di varie categorie oppresse si definisce intersezionalità, una teoria politica progressista nata proprio negli anni ‘70.
Queste diverse categorie di oppressi non rappresentano comunque una reale opposizione politica, in quanto marginalizzate non solo dal potere ma anche tra di loro, e quindi incapaci di esprimere un’agenda politica. Il più classico dei divide et impera.
La trasformazione in zombie consente loro di risvegliare una coscienza solidale che vada al di là delle differenze apparenti, la quale è fondata sulla condizione comune. Ed ecco che anche un dettaglio come il make up degli zombie si fa metafora: la massa eterogenea di individui sfruttati, composta di soggettività variegate ma divise su questioni misere, una volta trasformata adotta letteralmente una facciata comune, la quale riflette la loro nuova condizione di forza di massa. La maschera cerulea diventa quindi una livella sociale, annullando le differenti “cosmesi” degli sfruttati.
Tornando alla brutale repressione messa in scena, possiamo cogliere anche un secondo livello di critica, questa volta più sociale e strettamente legato al clima socio-politico americano degli anni ‘70. Romero sembra riprendere i fili della sua critica alla violenza endemica alla società statunitense direttamente dal film precedente. Nel decennio, circa, che separa i due film la situazione era molto evoluta: le proteste e i movimenti controculturali che nel biennio ‘68-’69 avevano avuto il loro apice subirono una violenta repressione nel decennio successivo, molte manifestazioni nelle università e rivolte a sfondo razziale finirono nel sangue, molti gruppi d’opposizione finirono nel mirino del FBI (uno dei più celebri fu il Black Panther Party for Self-Defence) e la fiducia nel governo scese ai minimi storici in seguito allo scandalo Watergate. Questa profonda sfiducia nei confronti del potere costituito modifica di riflesso la rappresentazione stessa della violenza: da “malattia dell’ignoranza” (ne La Notte dei Morti Viventi) a vera e propria istituzione. Ma questa istituzionalizzazione della violenza non la rende certo democratica, essa non diventa uno strumento delle masse, non è governabile, ma si fonde e al tempo stesso è emanazione del vero centro di potere: il capitale.
E qui il cerchio si chiude, e si ritorna al tema iniziale, ovvero la contrapposizione tra vivi e morti, tra capitale e lavoro. Attenzione però, non tutti vivi sono intrinsecamente capitalisti. Essi spesso difendono semplicemente la realtà che conoscono. Ma solo fino alla loro rinascita. 😉

Nella prossima puntata (se riuscirò a produrla in tempi umani) affronteremo quella che è un po’ la gemma nascosta della tetralogia di Romero, ovvero Il Giorno degli Zombie. Preparate quindi la brillantina e il completo da yuppi, perchè si vola in piena era Reaganiana.

HAIL FANACEA!

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