Green Book: Recensione ritardataria

Uno può pensare che nel 2019 non siano più necessari film sull’integrazione e sull’uguaglianza, tendendo a pensare che certe dinamiche sociali di emarginazione è discriminazione siano talmente lontane e distanti dal nostro modo di vivere, oltre che di pensare, da rendere superfluo e ridondante ogni ritorno sull’argomento.

Invece, a mio avviso, tendiamo a dimenticare che certe disuguaglianze e “atrocità” sociali, come l’apartheid in sud Africa o la segregazione a livello giuridico/legislativo in America, sono “sparite” ufficialmente dagli ordinamenti appunto giuridico-statali l’una appena nel 1994 e l’altra nel 1964 ma sussistono ancora oggi, anche se in misura e con attuazioni che sono però spesso quantitativamente ma non qualitativamente differenti.

Venendo al film, Green Book è a mio avviso un’eccellenza nel suo essere un evidenziatore sociale, senza essere mai retorico o farsesco ma mantenendo, dal titolo alla scena finale, un’atmosfera di realismo quasi tipica del reportage giornalistico.

È il 1962 e Tony Lip (Viggo Mortensen) è un buttafuori Italo-americano che lavora in un prestigioso nightclub a New York. Quando il locale viene chiuso per dei lavori di restauro rimane senza impiego e, pur non mancandogli le offerte da parte della malavita, si mette alla ricerca di un qualunque lavoro onesto che gli permetta di mantenere la famiglia.

Conosce così Don Shirley (Mahershala Ali), formidabile pianista afroamericano, alla ricerca di un autista dai modi non troppo gentili che lo accompagni nel suo spinoso tour di concerti negli stati del Sud.

Tra i due nascerà una forte amicizia, temprata dalle difficoltà affrontate insieme nel lungo viaggio.

La tematica della discriminazione viene posta in primo piano oltre che dai personaggi secondari (agenti di polizia, gestori di alberghi e locali, etc.) e dai fattori ambientali (feste di gala, divisione delle toilette, l’esistenza dello stesso Libro Verde che dà il titolo al film) anche e soprattutto attraverso il personaggio di Tony le cui azioni sono inizialmente tipiche di chi fa della frase “non sono razzista, ma…” il proprio motto.

Ed è proprio in questa scelta narrativa che sta secondo me la potenza di questo film.

Tony, pur essendo un buon marito e padre di famiglia, è inizialmente fortemente razzista e xenofobo, come evidenzia l’episodio degli idraulici assetati all’inizio del film, anche se si professa tollerante e aperto. Solo dopo aver conosciuto la Persona di Don Shirley entra con lui in empatia fino a fondare una solida amicizia che lo porta ad intervenire anche in difesa dei suoi diritti oltre che della sua persona fisica.

Da notare che gli interventi in difesa di Sherley da parte di Tony sono inizialmente guidati dal semplice interesse (si perde il conto delle volte in cui viene menzionato il fatto che se il tour non andrà a buon fine fino all’ultima data nessuno di loro verrà pagato) e solo in un momento successivo, quando verso la fine si è appunto creata una relazione umana tra i due, sono guidati dall’amicizia disinteressata.

Interessante è anche la scelta del regista (Peter Farrelli) di narrare il dualismo uguaglianza/discriminazione attraverso quelle che sono le esigenze, quotidiane e non, che ci accomunano tutti in quanto esseri umani.

In primo luogo il cibo ed i pasti vengono fin dall’inizio del film osannati dal loro orgoglioso e panciuto alfiere Tony, che, da buona forchetta quale è, ne mette in evidenza la naturale sacralità; in secondo luogo le impellenze fisiologiche che ne conseguono e, infine, il tema dell’amore, trattato attraverso le lettere che Tony scrive per la moglie (ma non solo da queste), che, a seconda dei casi, conforta o affligge ciascuno di noi.

La narrazione eccelle nell’evidenziare quanto in particolar modo queste componenti della nostra quotidianità siano fondamentali e, soprattutto, nel mostrare quanto sia meschino e crudele che la società preveda, addirittura per legge, che un gruppo di persone identificate da un denominatore comune (colore della pelle, ma anche appartenenza culturale, orientamento sessuale, pensiero politico, etc…), stabilito a tavolino dalla società stessa, venga costretto a non poter mangiare dove mangiano tutti gli altri, a non poter utilizzare gli stessi servizi igienici di tutti gli altri o ad essere perseguito e sostanzialmente discriminato in sola virtù di questo.

In conclusione, a mio avviso Green Book riesce (magistralmente) proprio in questo, nel trasmettere il messaggio che Tony non è affatto un eroe perché agisce a favore di chi subisce il torto della discriminazione, ma che fa ciò che chiunque farebbe (in maniera totalmente straordinaria nella sua ordinarietà) a tutela di quella che è una persona a cui tiene.

Tutto questo a dimostrazione del fatto che le battaglie ideali sono sempre combattute da persone per persone, e non in nome di masse senza nome.

Green Book è un invito a chi tanto disprezza il prossimo, o si crede a lui superiore, a mettere da parte i suoi pregiudizi e a conoscere questa persona, magari potrebbe sorprendersi nello scoprire un essere umano molto simile a lui, magari persino un amico.

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