Harry Potter and the Cursed Child: lo spettacolo teatrale

L’ultimo capitolo della saga di Harry Potter è probabilmente una delle migliori e più grandi produzioni teatrali mai realizzate nel West End di Londra, ed i nove Olivier Awards —preceduti da 11 nomination, un record per il premio della Society of London Theatre— ne sono la ripròva. Ma allo stesso tempo è un brutto passo falso all’interno del Potter canon, e un terribile schiaffo a moltissimi fan della saga.

È passato ormai un anno da quando ho varcato le porte del Palace Theatre di Londra per assistere ad una delle preview di Harry Potter and The Cursed Child e quasi due da quando riuscii ad accaparrarmi i biglietti per le due serate consecutive in una “corsa” al cardio-palma per accedere, con un identificativo unico, alla coda per l’acquisto attraverso il sito web dello spettacolo. Una corsa condita da refresh convulsi del browser e accessi multipli da vari dispositivi.

Sono quindi passati ben dodici mesi da quelle due serate, decisamente troppo tempo per una recensione. Ma quando penso a questi mesi, a questo anno, in cui non sono riuscito a scriverne nulla, non posso nascondermi dietro le solite scuse del “poco tempo” e dei “mille impegni”. Questi mesi sono serviti per raggiungere una consapevolezza riguardo ad un sentimento che inizialmente, appena uscito dal teatro, catalogai come “confusione”, ma nient’altro era se non il rifiuto stesso per ciò a cui avevo appena assistito. Harry Potter and the Cursed Child, in termini di storia, è un errore madornale.

Una delle decorazioni aggiunte all'esterno del teatro.

L’altro ieri Harry Potter and the Philosopher Stone ha compiuto 20 anni. La prima volta che ne sentii parlare avrò avuto 12 anni, tramite una mia compagna di classe delle medie la quale ne era già appassionata, mentre il primo film stava per uscire in tutte le sale cinematografiche del mondo. Non sono quindi un fan della prima ora, ma 16 anni di passione sono comunque qualcosa su cui posso basare un’opinione.

Ricordo molto bene che nelle settimane successive alla pubblicazione della sceneggiatura nell’ormai famigerato libro, quando molti Fanacei ne avevano appena concluso la lettura (o si erano rifiutati di proseguirla), io mi ero chiaramente schierato dalla parte del bambino maledetto. E lo rifarei tutt’ora.

Non sono certamente un esperto di teatro, ma grazie agli strumenti acquisti con gli spettacoli o i musical a cui ho assistito negli ultimi anni, mi sentivo quasi in dovere nel difendere la qualità di ciò a cui avevo partecipato. Perché di questo si tratta, di uno spettacolo teatrale, e come tale deve essere fruito prima, e giudicato poi. Come dissi innumerevoli volte durante quelle settimane, non ci sogneremmo mai di criticare un film dalla sua sceneggiatura. Mentre tutti, in quel periodo, si sentivano di colpo legittimati nell’annientare una produzione a cui non avevano nemmeno mai assistito.

Esistono tempi, forme, formule, e consuetudini, nel linguaggio teatrale, che decontestualizzate possono davvero confondere o causare valutazioni completamente errate. Gag e comic relief, ad esempio, possono essere complesse da tradurre su carta senza la recitazione, senza il linguaggio del corpo dell’attore o il contesto della scena.

Oppure ci sono battute o dialoghi che letti su un libro, a casa propria, risultano assurdi e paradossali, non adatti al personaggio o del tutto fuori luogo, ma che interpretati correttamente acquisiscono una piega diversa, un significato diverso. Questi aspetti e valutazioni sono da prendere in considerazione.

Quello che non consideravo io però —forse perché ancora abbagliato dalla bellezza, in termini tecnici e visivi, di quello a cui avevo assistito— era che tutti quelli con cui scambiavano queste opinioni erano e sono fan di Harry Potter, tanto quanto o più di me. Fan, ma senza il contesto completo, senza quella parte (la più importante) di The Cursed Child che gli ha permesso di portarsi via 9 premi Olivier: una produzione fenomenale, delle scenografie coinvolgenti ed avvolgenti, ottimi attori, ed effetti speciali da lasciare tutti a bocca aperta.

Gli amici Fanacei, di fronte ai loro occhi, non avevano nient’altro se non la distruzione tragi-comica, sul piano narrativo, di una serie che molti di loro amano e tanti altri comunque apprezzano. Nient’altro.

La stampa di una finta prima pagina del The Daily Telegraph che parla dello spettacolo, posta fuori dal teatro.
Foto di Martin Pettitt, da Flickr (licenza).

L’enorme problema di Harry Potter and the Cursed Child è proprio Harry Potter. Non il personaggio, ma l’intera saga, il suo canone, tutto quel che è stato creato prima dello spettacolo teatrale. Se The Cursed Child fosse uno spettacolo singolo, completamente scollegato da qualsiasi altra storia, e con personaggi mai visti prima, potrebbe funzionare perfettamente.

Infatti ritengo che la migliore platea per questa installazione sia quella composta da persone che non conoscono nulla di Harry Potter. Persone che non hanno mai letto un libro della saga, o visto la trasposizione cinematografica, e che non si aspettino nulla di più che due serate di intrattenimento teatrale di gran livello.

Con queste premesse, sarebbe quasi impossibile giudicare negativamente The Cursed Child. Purtroppo Jack Thorne aveva tutt’altro in mente, e la firma di J. K. Rowling sul prodotto finale è un chiodo nella bara di quella che sarebbe dovuta essere l’ultima buona occasione per concludere la storia di Harry Potter e la sua famiglia.

La storia riparte esattamente dall’epilogo di Harry Potter and the Deathly Hallows, con il nostro golden trio sulla platform 9&3/4 intento a salutare i propri figli prima che partano per Hogwarts. Finiti gli ormai famosi dialoghi che molti di voi conosceranno, le cose —dal punto di vista degli intrecci e dei collegamenti alla saga originale— cominciano quasi subito a precipitare.

Non mi soffermerò qui sugli innumerevoli plot holes disseminati nell’intero racconto, perché di questi se ne è già parlato ampiamente su centinaia di siti specializzati, forum, thread di reddit, e giornali (provate a cercare “the cursed child plot holes” su Google per farvi un’idea). Riassumendo velocemente, stiamo parlando di personaggi fuori ruolo, “convenzioni” magiche (in base a quanto costruito e supportato dal canone) ribaltate o piegate con fragili stratagemmi, nodi narrativi alla base dell’impianto dell’intera saga annullati o ricostruiti, personaggi completamente stravolti.

Ad ogni modo, come dicevo, con gli occhi di uno spettatore comune e non quelli di un appassionato, lo spettacolo è piacevole e coinvolgente. Le scene si susseguono molto bene e, a parte qualche piccolo rallentamento, ci si diverte, si ride, e ci si emoziona fino all’ultimo, grande colpo di scena alla fine della prima parte. I biglietti che avevo acquistato erano per due serate consecutive (l’altra opzione è per lo spettacolo pomeridiano e quello serale, nella stessa giornata), e uscito dalla sala, la prima sera, ero sinceramente curioso di sapere cosa sarebbe successo il giorno seguente, dopo l’ingegnoso cliffhanger su cui l’intero teatro era rimasto appeso.

La seconda parte, ad essere sinceri, a tratti si rivela troppo lenta e macchinosa, con molti cambi di direzione e colpi di scena non sempre giustificati, ed una conclusione fin troppo tortuosa. Il finale, seppure estremamente emotivo, risulta un po’ forzato sia per la narrazione che la performance stessa.

Una fotografia del libro contenente la sceneggiatura di Harry Potter and the Cursed Child.
Foto di SunnyDayStarryNight, da Flickr (licenza).

Vale la pena menzionare la bravura di Jamie Parker, l’attore che impersonava Harry Potter (ndr. il cast è cambiato nel 2017, e l’attuale attore è Jamie Glover) la cui interpretazione, oltre ad essere di altissima qualità, era davvero in linea con il personaggio. Stesso discorso per Noma Dumezweni, nel ruolo di una Hermione Granger (ndr. ora interpretata da Rakie Ayola) matura, responsabile, ed estremamente preparata, proprio come ce l’aspetteremmo —l’unico commento a margine che potrei fare sull’interpretazione della Dumezweni è che il ruolo sembrasse starle un po’ stretto, considerata la sua tanto decantata (e riconosciuta) bravura ed esperienza.

Sfortunatamente non si può fare lo stesso discorso per i giovani attori interpreti della prole Potter/Weasley e Weasley/Granger. Non tanto per la loro bravura —Anthony Boyle, al tempo Scorpius Malfoy, era probabilmente il migliore o tra i migliori del cast— ma per i dialoghi assegnatigli, dove spesso emergevano, per pensieri e parole, come quarantenni (in questo caso gli autori) imprigionati dentro tredicenni, e non veri e propri adolescenti.

I personaggi sul palco, ad ogni modo  — e sembra assurdo doverlo specificare — sono personaggi di uno spettacolo teatrale, e come tali si muovono all’interno di un ambiente regolato da determinate norme e criteri. Quelle classiche del teatro, per l’appunto. Bisogna quindi essere cauti nel giudicarli solo ed esclusivamente in base alla sceneggiatura.

La mia personale opinione però —se non fosse ancora chiara— è che il racconto presentato in questo spettacolo avrebbe dovuto seguire un po’ meno i dettami teatrali ed i suoi tempi narrativi, e un po’ più l’eredità storica del canone. La copertina della sceneggiatura dice “based on an original new story by J. K. ROWLING”, ma considerando l’opera complessivamente, mi è davvero difficile pensare che il soggetto originale sia dell’autrice. Non riesco a non pensare che l’idea sia stata in realtà solo proposta alla Rowling dagli altri co-autori (decisamente più ferrati in scrittura per il teatro) e lei abbia dato la sua benedizione, con qualche aggiustamento.

C’è molta carne al fuoco, troppa carne al fuoco, in The Cursed Child, e uno spettacolo diviso in due serate è davvero una rarità che riesco a giustificare solo pensando agli incassi, soprattutto guardando alle numerose scelte a sfondo commerciale in cui è precipitata la saga negli ultimi anni. Meno colpi di scena senza sosta e più coerenza non avrebbero condannato senza pietà il seguito di quei “19 years later” che tanto attendavamo.

Harry Potter and the Cursed Child, per concludere, è uno spettacolo affascinante, un’esperienza teatrale unica e rara. Il fuoco nelle scenografie, la Floo Network con i personaggi che escono dai camini, gli incantesimi e le bacchette, i patronus, i duelli di magia, le apparitions, gli invisibility cloaks, la distorsione spazio-temporale di una scenografia che fino a poco prima era di solido legno e sembrava irremovibile. Queste sono solo alcune delle cose che vi troverete ad assistere se doveste riuscire a vedere lo spettacolo con i vostri occhi. Ci sono tutti gli ingredienti per regalare a chiunque una serata al teatro magica ed indimenticabile.

Quello che manca per un fan di Harry Potter, è un altro tipo di magia: la logica fondamentale per ricollegarsi al racconto e ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere a fondo e amare, le trame e gli intrecci costruiti con cura e pazienza, e non espedienti narrativi imbarazzanti e sufficienti. Non bastano gli effetti scenici e lo sterile espediente del viaggio nel tempo come soluzione ad ogni problema per ricostruire quel ponte che ci ricolleghi al Wizarding World.
Se c’è un ingrediente mancante, quindi, nella pozione di Harry Potter and the Cursed Child, questo è l’inchiostro di J. K. Rowling.

 


La fotografia utilizzata nell’immagine di testa è stata realizzata da Eduardo Fedorowicz Machado, e pubblicata su Flickr (licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.