Il Buco: è il sistema che deve cambiare o siamo noi?

“Ci sono solo tre classi di persone: quelli di sopra, quelli di sotto e quelli che cadono”

Il Buco (in originale El hoyo) è un film spagnolo del 2019 profondamente metaforico. La pellicola, mettendo in scena la lotta per la sopravvivenza, critica la distribuzione verticale della ricchezza ed l’ideale capitalista che la governa. Attraverso i conflitti tra i personaggi la storia racconta la lotta di classe in relazione all’esaurimento delle risorse.

Ci troviamo quindi davanti ad una pellicola di critica anti-capitalista? Oppure è una riflessione senza tempo sulla condizione umana in rapporto ad ogni società e sull’eterna tensione tra individualismo e collettività? 

Il presupposto del film

Il Buco è una “prigione” verticale composta da centinaia di piani in ognuno dei quali vivono due persone. Ogni giorno, una piattaforma imbandita di prelibatezze, scende dal piano più alto (0) al piano più basso (333) attraverso un foro che attraversa tutto l’edificio. Il cibo però non basta per tutti poiché chi vive nei piani più alti consuma più cibo di quello necessario alla propria sopravvivenza. Ogni mese i prigionieri vengono spostati casualmente di piano passando così da una posizione di vantaggio ad una di svantaggio e viceversa.

A chi è rivolto

È il film stesso a suggerirci chi è l’interlocutore. I personaggi sono adulti, giovani e vecchi, onesti e criminali, ricchi e poveri, ognuno con valori diversi, come capiamo dall’oggetto che decidono di portare con loro: un libro, il prodotto di una televendita, un animale, armi, soldi, e così via. L’unica cosa che accomuna tutti i prigionieri è la scelta attiva o passiva di far parte di questa “società”. I prigionieri siamo noi.
E la bambina? La bambina non dovrebbe esserci. Ma c’è, ed è proprio questo il problema. La bambina è la vera innocente, non ha scelto di essere lì, non può combattere ma non può nemmeno sottrarsi alla condizione in cui si è ritrovata.

Le metafora

Il film è stato interpretato da molti come una critica al sistema capitalista figlio della società occidentale, ma non è così semplice: ridurre ad un unico significato la metafora del film ne vanifica l’universalità. Analizziamo allora tutti gli elementi per capire a cosa rappresentano.
Nella Fossa i piani più alti godono del benessere mentre quelli sotto si fanno la guerra per le poche risorse rimanenti. Le persone sono divise in classi sociali (i piani) in competizione le une contro le altre per sopravvivere ed ottenere uno status migliore.
La Fossa è quindi la rappresentazione di una gerarchia. Ma quale? La più calzante è quella socio-economica, ma ciò non esclude l’interpretazione politica o geo-economica. L’efficacia della metafora sta proprio nell’elasticità con la quale si adatta ad ogni struttura piramidale. L’Amministrazione che gestisce la Fossa non compare mai, assume l’aura divina di chi osserva tutto dall’alto. Agli occhi delle persone appare insondabile ed inalterabile. Ha bisogno delle persone per esistere ma, al tempo stesso, nessun individuo è fondamentale. Se la Fossa è una gerarchia sociale o economica, l’Amministrazione è allora la rappresentazione del governo e/o del Mercato.

Cosa non funziona nel sistema della Fossa?

Proprio come in molti tipi società la comunicazione è ostacolata, non tanto da barriere fisiche o linguistiche quanto dalla differenza di status. l’appartenenza a classi diverse crea attriti tra le persone. Chi sta in alto nella scala gerarchica teme di perdere i vantaggi di cui gode vedendo in quelli ai piani inferiori degli approfittatori (la coppia che fa cadere Baharat durante la sua ascesa o Trimagasi che piscia letteralmente in testa a quelli di sotto), chi sta in basso alla scala gerarchica si sente vittima degli altri e li incolpa di avidità (Trimagasi che incolpa i piani superiori della mancanza di cibo, i francesi minacciati da Goreng).

La divisione umana diventa così forte da impedire qualsiasi forma di collaborazione. Nemmeno il gesto altruistico di Imoguiri di razionare scientificamente il proprio cibo riesce a convincere gli abitanti del piano di sotto della sua onestà. Il suo “sacrificio” è visto come poca cosa solo perché può permetterselo.

Contrariamente a quello che ci aspetteremmo la soluzione non è quella di capovolgere questa gerarchia. La ridistribuzione mensile dei prigionieri ci mostra come l’esperienza di sofferenza subita dai meno abbienti non li nobiliti quando prendono il posto dei vecchi benestanti. Chi prima era in difficoltà ora approfitta della sua nuova e vantaggiosa posizione e chi è stato compassionevole si aspetta di essere ricambiato (Gli amici di Baharat, pretendono che gli si riservi un trattamento di favore per averlo aiutato in passato).

Siamo marionette in balia degli eventi?

Si e no. È più facile essere generosi quando si vive nel benessere e più difficile quando si combatte per la sopravvivenza ma non è determinante. I personaggi più determinati mantengono il loro sistema di valori indipendentemente dalla condizione in cui si trovano: Trimagasi rimane egoista in ogni situazione, Imoguiri sceglie di suicidarsi donando il suo corpo come nutrimento per qualcun altro. Perfino il Sr. Brambang, rinunciando al cibo ed aiutando la “rivoluzione”, mantiene lucidità e principi anche ai livelli più bassi.

Se il sistema di cui facciamo parte permette ai più fortunati di vivere alle spese di quelli che non lo sono, deve essere cambiato? Possiamo noi, singoli individui, migliorare le cose?

È nelle lotte dei detenuti che scopriamo finalmente la risposta.
Miharu combatte il sistema non per la comunità ma per motivi personali, si oppone gli individui che le bloccano la strada, non al meccanismo che li crea e che la opprime. Miharu combatte da sola, e prima o dopo verrà sopraffatta.
Trimagasi è l’ipocrita egoista che incolpa il sistema della sua sfortuna senza cercare di migliorare le cose. Adattandosi alla situazione senza cercare di cambiarla, diventa prima carnefice e poi vittima della sua stessa filosofia.
Imoguiri fallisce la sua rivoluzione pacifica perché dà per scontato che tutti gli altri condividano il suo ideale di sacrificio e bene comune. Le persone, spaventate e diffidenti tra loro non sono disposte a rischiare il benessere individuale per salvare tutti.
Baharat, fallisce la sua ascesa ai piani alti perché, nonostante la sua onestà, alcuni lo vedono come una minaccia. Più tardi assieme a Gorneg intraprende una crociata per la ridistribuzione del benessere ma  i due riescono ad imporla solo attraverso la violenza.
Sr. Brambang rappresenta la soluzione rivoluzionaria: nel ruolo di guida pacifica dà l’esempio e corregge la rotta della rivoluzione violenta ma da solo non è in grado di metterla in atto.
Goreng, un po’ come lo spettatore, subisce e fa esperienza di tutte le soluzioni adattandole di volta in volta. Assume infine il ruolo di profeta quando diventa consapevole che lui è solo un portatore, temporaneo, del messaggio. È un mezzo, non il soggetto. Si sacrifica, non per qualcuno, ma per l’intera comunità consapevole che non sarà lui a beneficiare della rivoluzione.

Ci troviamo di fronte a UN FILM DI Propaganda?

Il cinema di propaganda, e la propaganda in genere, impongono una visione “giusta e sbagliata” delle cose, la risposta è sempre scritta a lettere cubitali; questa pellicola non lo fa. Analizzando attentamente il film ci accorgiamo che non celebra una soluzione sulle altre, ma di tutte ne offre una critica. Nessuna di esse funziona: alcune sono imparziali ma crudeli, alcune sono nobili ma utopiche, altre efficaci ma sono violente. Se state pensando che salvare la bambina fosse la soluzione vi sbagliate. La scena in cui la bambina arrivava a destinazione è stata volutamente tagliata ed eliminata. Il fine è quello di trasmetterci l’incertezza di sapere se il messaggio è arrivato ed allo stesso tempo ricordarci che non sappiamo come verrà interpretato, in modo similare al rapporto tra pubblico e opera.

Conclusione

Lo scopo del film non è quello banale di imboccarci con una soluzione “politica” al problema del potere, della ricchezza e della loro distribuzione, quanto piuttosto farci riflettere sulla nostra posizione in tutto ciò. Proprio come il messaggio che viene spedito al piano 0, il film deve stimolare delle domande. Cosa faresti se capitassi al 200° o al 48° piano? Fino a che punto arriva la tua solidarietà? Quanto è facile essere una persona buona al livello 10° e quanto difficile è esserlo al 182°?

 

Se vi è piaciuto questo film non perdetevi Snowpiercer film del 2013 del regista premio oscar Bong Joon-ho famoso per Parasite. Tre film che oltre ad essere belli, raccontano da prospettive diverse i dilemmi della società ed il ruolo che occupiamo in essa. Potete trovare Snowpiercer su Amazon Prime Video e Il Buco su Netflix

Infine un ringraziamento al Giovane Neil (Francesco De Zorzi) che mi ha pazientemente aiutato a scolpire le mie grossolane idee.

 

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