L’uovo dell’angelo: i sentieri sconosciuti dell’animazione

Era il 1985 quando la Tokuma Shoten, casa produttrice del molto più famoso Nausicaa di Myazaki, diede carta bianca a un giovane Mamoru Oshii per la realizzazione di un lungometraggio di ben altro tenore e complessità. Il regista giapponese diede dunque fondo a tutta la sua vena visionaria producendo Tenshi no Tamago (“L’uovo dell’angelo”), film d’animazione di un’ora e undici minuti.

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TRAMA

Questo film sperimentale narra la criptica storia di una bambina che abita in una città oscura e abbandonata, prendendosi cura di un misterioso uovo. La routine della piccola sopravvissuta verrà però rotta dall’arrivo di un uomo. Oshii fa intuire che il nuovo arrivato possa essere un soldato disseminando svariati indizi: la divisa che porta, il suo misterioso fucile a forma di croce, il suo arrivo in città su uno strano carro-armato vivente.
Il soldato pare essere molto interessato dall’uovo e chiede alla bambina cosa contenga. Dopo una certa insistenza la piccola gli risponderà a suo modo, e la scoperta del contenuto spingerà il soldato a una secca decisione: l’uovo dev’essere distrutto.

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LA BAMBINA E IL SOLDATO

La scarna trama sopradescritta è tutto ciò che di certo presenta questo film, sono ovvero i punti fermi del film: tutto il resto è immaginazione, speculazioni dello spettatore.
Dette speculazioni riguardano prima di tutto l’identità dei protagonisti. La bambina all’inizio sembra una semplice orfana, che però vive in questo limbo oscuro da tempo forse immemorabile (indizio di questo sono gli innumerevoli boccioni d’acqua che ha a “casa”, considerato che la piccola usa un boccione al giorno per poi conservarlo. Anche qui però Oshii ci spiazza, in quanto alla domanda se vive lì da tanti giorni quante sono le bottiglie, la bambina risponde di no. E quindi?).
Il soldato non è meno enigmatico riguardo la sua identità, ma dà allo spettatore qualche coordinata in più rispetto al background della storia, racconta alla bambina la parabola del diluvio universale, ma con una significativa differenza: l’uccello fatto volare via dall’acqua per cercare terra non è più tornato, l’umanità è rimasta sull’arca e col tempo si è dimenticata persino dell’esistenza della terra stessa. Lo spettatore è dunque portato a pensare di essere sull’arca e gli innumerevoli scheletri di animali sembra confermarlo.
Il soldato dunque fa delle rivelazioni alla bambina, e forse quello fa ci dà anche degli elementi per capire chi è. Infatti può darsi non sia un caso che questo portatore di verità, anch’esso di età indefinita, porti di fatto una croce e (dettaglio significativo) porti delle bende alle mani (a coprire magari delle stimmate). D’altronde, come si è visto, i riferimenti religiosi sono numerosi,

REGIA E TECNICA

Il character design è Yoshitaka Amano, che ha partecipato quale designer a varie saghe di Final fantasy e il lavoro tecnico è a dir poco impeccabile. Il lungometraggio è di metà degli anni ’80, ma è invecchiato benissimo e non ha nulla da invidiare a opere molto più recenti. Oltre all’occhio rimane soddisfatto anche l’orecchio, con musiche azzeccate che comunicano angosce. Musiche che si alternano al silenzio nei momenti giusti.
Ed è proprio il silenzio ciò che Oshii usa quale perno per la sua regia. I protagonisti parlano pochissimo e tutti i messaggi traspaiono attraverso i comportamenti e le inquadrature.

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CONCLUSIONE

In definitiva ci si trova di fronte a un prodotto non per tutti: onirico, visionario, complicato e soggetto a innumerevoli interpretazioni, false piste, misteri.
Non è un lungometraggio da vedere così per passare il tempo, ma merita sicuramente una visione. Se non altro, per vedere di cosa è capace di fare l’immaginazione di Oshii quanto è a briglia sciolta e per rifarsi gli occhi con una qualità tecnica che, ormai, visti gli appalti agli studi di animazione cinesi, si fa sempre più rara. Potete trovarlo facilmente dai Supremes fansub, gruppo molto bravo che lavora su opere di nicchia assai pregevoli.

HAIL FANACEA!

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