Ready Player One: il ponte generazionale che mancava

rpo ponte generazionale

Era da molto tempo che non uscivo dal cinema così  emozionato come dopo la visione in anteprima di Ready Player One.

 

Quando uscì l’annuncio che Spielberg avrebbe diretto la trasposizione cinematografica del romanzo di Ernest Cline, la reazione fu – come sempre – di cauto terrore; quella paura latente ormai terribilmente ricorrente in tante (troppe) delusioni sia da parte Marvel che DC.

 

Non posso raccontarvi il romanzo perché credo che se amate definirvi nerd, quantomeno per curiosità, dovreste provare a leggerlo.

E’ un libro scritto da un nerd per i nerd, ma senza per questo precludersi un pubblico più ampio perché in fin dei conti quasi tutto ciò che oggi definiamo “nerd culture” nasce negli anni ’80 da libri, serie tv e (soprattutto) film che non avevano certo l’idea di definirsi “nerd”, anzi direi che come unico obbiettivo avevano quello di diventare dei blockbusters.

Ready Player One è un romanzo di avventura, una sorta di Teen Adventure piena di citazionismo spinto (non tutte le opere citate sono di semplice fruizione) che ha emozionato tanti lettori, nonostante una trama di certo non originalissima (quanto alla meccanica della storia), ma puntando a quello che nessuno aveva tentato prima:

mostrare quanto potesse essere “figo” sfruttare a fini narrativi le proprie passioni, che per la maggior parte delle persone “normali” erano considerate cose da “sfigati”.

 

 

E quindi se penso a molti dei film che hanno generato la cosiddetta nerd culture di oggi non posso non pensare a Stephen Spielberg; in veste di regista, di sceneggiatore o produttore la firma di Stephen è su una quantità di materiale “leggendario” a dir poco unica.

Non credo che la scelta di affidare la regia a Spielberg fosse obbligatoria, molti giovani registi probabilmente avrebbero fatto un lavoro assolutamente degno di nota, tuttavia sia a livello commerciale/mediatico che di risultato finale non si può che essere contenti di questo incarico.

 

Non vi farò spoiler,voglio che vi godiate ogni minuto di questo film.

Cercherò invece di indagare brevemente, per quanto mi è possibile, su quello che questo film rappresenta nel panorama culturale di massa di oggi.

 

Se la nerd culture ha conquistato i media questo non vuol dire che ci sia una vera “unione” oggi nell’ambiente.

Pensate ai film Marvel o DC: molte pellicole vengono tratte da importanti fumetti (graphic novels, serie ecc.) che vengono puntualmente stravolti a fini cinematografici e a volte di spettacolarizzazione, andando a creare divisioni a volte molto marcate nel pubblico.

Chi come me conosce molto bene i fumetti della Casa delle Idee o di quella di Burbank fatica a sopportare storpiature pesanti come Thor Ragnarok, Civil War e Dawn Of Justice (vabbè per alcuni di questi basta essere semplicemente oggettivi, non degli esperti).

Il risultato è che si crea una spaccatura tra le generazioni e le diverse tipologie di appassionati: l’esperto, di norma più “grandicello”, acculturato da anni di letture e di quindi affezionato ai characters e il giovane che si accontenta dei film per familiarizzare con i personaggi e che quindi tende ad assorbire molto di più (se non tutto) in maniera molto più semplice.

Una volta i cosplayers erano degli amanti sfegatati e dei conoscitori profondi di determinati personaggi o franchise, al punto che il loro desiderio di emulazione li portava ad indossare i panni degli stessi, in una bellissima forma di tributo; oggi è innegabile che troppi cosplayers in realtà conoscano poco o niente dei personaggi che indossano (vorrei proprio vedere quante ragazze che vestono i panni di Thor conoscono la stupenda serie di Jason Aaron con protagonista Jane Foster e il suo dramma), cercando solo un po’ di attenzioni e notorietà.

Anche qui, spaccatura.

Capita spesso che la mia generazione accusi quella nuova di non avere più riferimenti, di aver perso il gusto della ricerca e a volte la cosa è anche vera (sebbene non sia del tutto colpa dei ragazzi, ma sia spesso dovuto ad un eccessivo ammontare di input tipici di questa epoca digital-social).

 

E’ qui entra in gioco Ready Player One.

 

 

Con delle modifiche abbastanza sostanziali ai tributes (ed in parte alla trama) rispetto al libro, ma lo stesso identico e genuino spirito, Steven Spielbierg è riuscito a fare quello che neanche il sempre (troppo) adorato Star Wars è riuscito a fare:

ha unito due generazioni, ha creato un ponte dove altri riuscivano solo a creare muri.

In Ready Player One troverete letteralmente centinaia di tributes (easter eggs? Ahah) in ogni sequenza, dosando in maniera equilibrata old school e new school.

Avete visto il trailer e i mille articoli di analisi che sono usciti: troverete i videogames dell’Atari 2600, troverete Gundam (l’originale RX78-2, non l’Unicorn che si vede oggi ad Odaiba – si capisce che non sono un fan delle nuove serie eh?), ci sono Harley Quinn e Joker, ma anche il comandante Shephard della Normandy, Tracer di Overwatch, la DeLorean e la moto di Shotaro Kaneda (AKIRA), D’Vorah di Mortal Kombat, ma anche gli originali (ed immortali) Chun-Li, Blanka e Ryu di Street Fighter, il tutto condito dalle musiche di Alan Silvestri che accompagnano la narrazione mediante temi sinfonici che non solo richiamano le atmosfere delle colonne sonore dei film anni ’80 più conosciuti e amati (Indiana Jones, Ritorno al Futuro), ma ne riprendono le arie principali (affiancate a – purtroppo – poche canzoni originali).

Spoiler? Neanche per sogno.

Sono riuscito a beccare forse nemmeno la metà di tutti i tributes presenti. Ogni scena racchiude anche solo dei piccoli dettagli che vi faranno consumare il blu-ray a furia di “pause&play”.

 

Tecnicamente il film punta dritto ad Oasis, lasciando le vicende nel mondo reale (in particolare il degrado socio economico e ambientale di Columbus) decisamente più ai margini della narrazione e non spingendo molto sulle motivazioni che portano le persone ad affogare dentro la realtà virtuale del sistema creato da James Halliway (anche lui abbastanza diverso da come lo ricordavo nel libro, ma sostanzialmente nel ruolo dall’inizio alla fine).

Gli stessi protagonisti (non particolarmente approfonditi) sembrano più spigliati e “spensierati” rispetto quelli del libro, il tutto credo per precise esigenze cinematografiche anche in termini di pura spettacolarizzazione della vicenda.

Come dar loro torto? Abbiamo visto decine, centinaia di film ambientati in futuri distopici dove la realtà consuma gli uomini e le donne, ma quante volte siamo stati a bordo di una DeLorean a correre una gara automobilistica inseguiti da King Kong e dai T-Rex?

 

 

Nonostante alcuni evidenti problemi nel processo di adattamento del libro non si può sorvolare sulla caratteristica meravigliosa di questo film: il cuore.

E vi assicuro che io questo cuore l’ho visto grande così.

Lo spirito che permane in tutte le due ore di film è quello della nostalgia e della meraviglia, quello dei personaggi semplici ma eroici nei quali riconoscersi subito a pelle, quelli con cui familiarizzi in un momento.

L’impatto visivo poi è talmente potente da spingere anche il più pigro a voler approfondire i temi trattati e a scovare le mille citazioni presenti, e se ci pensate questo aspetto ha del miracoloso oggi; viviamo nell’epoca dove i trailer mostrano già il 40-50% di quello che realmente accadrà nel film (senza mostrarti però le cose che faranno schifo), quindi invogliare una persona alla ricerca ed “iniziarla” al gusto del citazionismo è davvero un valore aggiunto incredibile.

Questo film può trasformare tanti ragazzi in “Gunters”, curiosi ed agguerriti. Ed io non potrei chiedere di meglio.

 

 

Non mi dilungherò sugli aspetti tecnici e registici, per quelli rivolgetevi altrove, troverete molte recensioni approfondite a riguardo, personalmente io sono più interessato a guardare il film nella sua complessità e a raccontarvi le emozioni che mi ha suscitato: meraviglia, partecipazione, trasporto emotivo, insomma tutto quello che trovavo  (e trovo tuttora) nei “teen movie” anni 80, proprio quelli dove il buon vecchio Spielberg ci metteva lo zampino.

E il commento di mia moglie Laura alla fine del film mi è parso come un’illuminazione. Guardandomi soddisfatta mi ha detto: “Ready Player One è il mio The Goonies”.

E io credo abbia ragione. E’ il The Goonies che la generazione dei ragazzi di oggi non aveva ancora avuto. Forse addirrittura quello di cui aveva bisogno.

E’ l’occasione in cui Zeth Castle, 36 anni di fumetti, film e videogiochi, stringe la mano ad un 18enne o ad un 20enne tutto Overwatch, FPS, LoL, riuniti da un comune denominatore che una volta era la costante e che oggi può tornare ad esserlo:

…essere nerd è una cosa fantastica.

Mi sono lasciato trasportare dal cuore. Ho fatto bene.

Sono entrato in sala colmo di aspettative. Non sono state tradite.

Se a Shape Of Water hanno dato tutti quei premi vorrei che Ready Player One ne ricevesse uno: l’Oscar per la “Pace” in un ambiente che, anche per colpa dei social, rischia di diventare un covo d’odio e di divisione…

Ma forse sto diventando troppo sdolcinato.

Buona caccia, Gunters.

 

 

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