Rogue One e la politica dietro il film: i cinevaneggi

Leviamoci dall’impiccio: il film mi è piaciuto, anzi, detto così è riduttivo. Rogue One mi ha proprio fatto godere come un riccio. Un buonissimo blockbuster invernale, ma soprattutto un ottimo Star Wars (si, si, “spin-off”). Se siete fan della saga è probabile che nemmeno voi siate rimasti indifferenti di fronte al nuovo capitolo delle guerre stellari.

 

WAR, WAR NEVER CHANGES

Proprio loro infatti, le guerre stellari, sono le vere protagoniste di Rogue One, con tutto il corollario bellico del caso… Insomma finalmente il conflitto sembra diventare reale, non qualcosa di confinato a due o tre epiche battaglie e poi rimesso sullo sfondo fino alla prossima impresa degli eroi protagonisti, ma qualcosa di onnipresente e pregnante. Una minaccia sempre presente e soverchiante che tocca le vite di tutti. E infatti da molti è stato definito, anche, un war movie.

Il fatto che molti sembrino quasi stupirsi che in un film chiamato Star Wars ci sia la guerra, è dovuto al fatto che sostanzialmente (e non sono certo il primo a dirlo) la vecchia trilogia era una grossa fiaba ambientata nello spazio. Infatti il fulcro della trama è sempre stata la lotta tra il bene e il male, concetti che nell’universo di SW assumono connotazioni di appartenenza ben precisi, oltre che ad avere manifestazioni materiali visibili. Esatto, si parla della Forza. Per via di questa demarcazione così chiara e pregnante, la guerra tra Impero e ribellione diventa un’estensione del conflitto tra Jedi e Sith, ovvero tra bene e male, e alla fine sia cattivi che buoni diventano quasi manichei nella loro rappresentazione. Tutti i ribelli sono buoni buoni in modo assurdo e tutti i cattivi sono, inversamente, stronzi e cornuti. Anche Han Solo, unico eroe moralmente ambiguo, ha il suo arco narrativo di sofferenza e redenzione, per poter poi diventare in episodio VI un vero leader della ribellione.

Non fraintendete, adoro Star Wars, è epico nel vero senso della parola. Ma da questo punto di vista non mi aveva mai sorpreso.

Invece con Rogue One qualcosa è cambiato. La guerra che vediamo è la stessa della trilogia originale, ci troviamo nello stesso periodo storico. Le facce sono le stesse. Ma ci viene svelato qualcosa in più riguardo alla ribellione. È come se nei primi 3 film noi fossimo dei civili di qualche pianeta appena liberato, e la guerra ci venisse narrata dai ribelli trionfanti. Mentre in Rogue One il punto di vista è più interno, come fossimo delle reclute appena arruolate nelle fila dell’Alleanza.

Questo nuovo approccio narrativo ci permette di conoscere i retroscena dell’organizzazione politico/militare, dei suoi esponenti e dei rapporti interni. Quindi in altre parole riusciamo a scorgere oltre alla cortina della propaganda.

Divisioni politiche, divergenze e inimicizie tra i vari membri, operazioni militari segrete, omicidi mirati, sabotaggi, agguati e molto altro che prima potevamo solo immaginare (ciao ciao EU) ora diventano il fulcro delle vicende.

Ma non è questa nuova profondità di visione che stupisce maggiormente, d’altronde già nella trilogia prequel era ben presente un background narrativo che spiegasse vicende politiche e militari, anche se con risultati tutt’altro che entusiasmanti (le atroci votazioni in Senato).

L’elemento che rende Rogue One più brutalmente credibile, sono i personaggi: combattono con foga e rabbia o con paura e timore, tradiscono, disertano, si aggrappano a qualunque cosa, sono disillusi o infervorati, sono estremisti disposti a tutto, oppure codardi in cerca di una scappatoia. Insomma quello che ci troviamo davanti è una fauna credibile, personaggi che potremmo ritrovare in un qualunque campo di battaglia. Più umani e meno eroi. E questa svolta, rispetto ai buoni buoni in modo assurdo dei vecchi Star Wars, è un piccolo azzardo che a mio parere ha pagato nel bilancio finale del film. E sono sicuro che in molti, come me, lo abbiano gradito.

Ora proviamo ad entrare un po’ di più nel dettaglio (attenzione, flusso di coscienza incoming).

NUOVI RIBELLI, NUOVA RIBELLIONE

Cominciamo analizzando la figura di Saw Gerrera. Leader di una cellula militante locale della ribellione, situata su Jedha, e combattente fin dall’epoca delle guerre dei cloni, al tempo contro la Confederazione dei Sistemi Indipendenti, la quale aveva invaso il suo pianeta (grazie Wookiepedia). Già la sua storia ci dice di lui che non è un combattente di professione ma per ideale, infatti è evidente il suo essere apertamente schierato contro le autorità oppressive e militaresche. Potremmo definirlo un libertario antimilitarista (che non vuol dire pacifista). Nella prima fase della guerra civile galattica (prima della battaglia di Yavin) decide di allontanarsi dal comando dell’Alleanza Ribelle, al tempo frammentata e senza una linea politico-militare coerente, ed organizza un suo nucleo autonomo di guerriglia all’Impero. Questo allontanamento viene spiegato nel film dalla senatrice Mon Mothma, la quale giustifica l’allontanamento di Saw definendolo un cruento estremista. Però poi la regia ci racconta una storia diversa, e alla fine sono gli alti ufficiali ribelli a sembrare in torto.

Per esempio:

  • la crudeltà di Saw e dei suoi uomini non ci viene mostrata: vediamo i suoi soldati tendere un agguato a una pattuglia imperiale, ma questo si svolge come una normale operazione militare. Se si fosse voluto mettere in cattiva luce l’operato degli “estremisti” avremo visto cose tipo esecuzioni di imperiali, oppure accanimenti gratuiti contro nemici disarmati;
  • l’abbandono di Jyn: è vero che Saw all’inizio del film lascia la piccola Jyn nel nascondiglio per un bel pezzo, ma poi scopriamo che egli, sapendo di essere braccato dall’impero, non avrebbe potuto recuperarla prima senza essere scoperto, e quindi condannando entrambi;
  • la sua morte: è una delle poche morti del film ad essere non solo eroica, ma quasi in aria di epico martirio. Lo vediamo infatti accogliere la fine a testa alta, senza sofferenza né paura, e anzi, allargando le braccia in segno di sfida. Non è una morte punitiva, ma necessaria a motivare i protagonisti. Concettualmente siamo dalle parti di un Obi-Wan in episodio IV.
  • i metodi di Saw sono vincenti: nel terzo atto vediamo il nostro gruppo di protagonisti decidere autonomamente di portare avanti la missione, in un atto di insubordinazione verso il comando dell’Alleanza Ribelle. La stessa linea di condotta seguita da Gerrera prima di loro, la quale si dimostra necessaria (i capi si sbagliano sulla Morte Nera) e vincente (i piani per distruggerla vengono rubati).

Di contro i leader della ribellione appaiono più volte come disperati, divisi, confusi e portati all’errore (l’assassinio di Galen Erso, la decisione di non attaccare subito Scarif). Non esattamente il top per riportare la speranza nella lotta all’Impero. Inoltre anche la loro condotta morale è piuttosto discutibile, infatti nonostante condannino i modi militareschi e intransigenti degli “estremisti” da parte loro non si fanno scrupoli ad ordinare l’esecuzione del padre di Jyn, oltre al fatto che in molti dialoghi è facilmente intuibile che anche l’ala militare della ribellione, per usare un eufemismo, non sia composta solo da nobili combattenti per la libertà, come invece potrebbe apparire vedendo la trilogia originale. A conferma di ciò in una delle prime scene del film ci viene mostrato come Cassian, agente dell’Alleanza ed eroe del film, decida di eliminare il suo informatore, il quale rischiava di rallentarlo durante una fuga dalle truppe imperiali.

HOLLYWOOD E WASHINGTON

Dove voglio arrivare con questo discorso? La mia idea è che sia stato possibile realizzare un film del genere (e ricordo che stiamo parlando di un blockbusterone invernale, non di un filmetto indipendente da Sundance), con questo tipo di rappresentazione bellica e dei protagonisti così moralmente ambigui, grazie alla situazione politica attuale. È ovvio che un film rifletta facilmente alcuni aspetti del periodo storico in cui è realizzato, ma dato che stiamo parlando di una storia ambientata in una galassia lontana lontana, si sarebbe benissimo potuto prescindere dalla politica internazionale attuale. Sono convinto che, ad esempio, le scene di guerriglia avrebbero scatenato un polverone se il film fosse uscito nel 2005, all’apice delle guerre in Iraq e Afghanistan. Qualche commentatore avrebbe quasi sicuramente sostenuto che il film tifa per i terroristi.

Invece è uscito nel 2016, e nel frattempo: gli Stati Uniti si sono ritirati da entrambi i conflitti; abbiamo assistito alle primavere arabe, con il loro carico di speranze, contraddizioni, conquiste e crudeltà; sono scoppiati due tremende guerre civili ai confini dell’Europa (Siria e Ucraina).

Ora che gli Stati Uniti non sono più impegnati direttamente nei conflitti anche la narrazione si è fatta più complessa, mentre prima ci si poteva permettere un comodo pensiero lineare del tipo “noi siamo i buoni, chi è contro di noi è cattivo”, con tanti saluti alle motivazioni, ai metodi e alle finalità di chi invece si opponeva.

In pochi anni ci siamo accorti che il mondo è in fiamme, e che non esistono analisi facili, perché, per citare mia madre, “in guerra anche il più pulito ha la rogna”. Ecco dunque che anche il cinema si è adattato, ora che il momento storico lo permette, proponendo rappresentazioni belliche e personaggi più complessi.

A PENSAR MALE

Se volessi essere complottista potrei pensare che questi riferimenti che ho riscontrato nel film non siano solo, come ho detto in precedenza, uno “specchio dei tempi”, ma che facciano parte di una precisa linea politica (leggi propaganda).

Precisamente mi riferisco al conflitto contemporaneo attualmente più in vista nei media, ovvero la guerra civile siriana. Se come me avete seguito le vicende fin dall’inizio saprete che dire che è un ginepraio è dir poco.

Ma a noi non interessa sapere tutto di questa guerra, ci basta conoscere la posizione degli americani per gettare una nuova luce sulle caratterizzazioni di Rogue One.

Fin dall’inizio delle proteste gli Stati Uniti hanno appoggiato l’opposizione siriana, all’epoca una coalizione di partiti e associazioni in contrasto con il regime di Bashar al-Assad, offrendo sia un riconoscimento diplomatico che ingenti finanziamenti. Quando poi le rivolte si sono trasformate in scontri armati il Pentagono ha continuato a finanziare e ad armare quello che sembrava un fronte popolare unitario, conosciuto in occidente come Esercito Siriano Libero. Col procedere della guerra e l’arenarsi della situazione le divisioni e l’insorgere di nuovi interessi e gruppi particolari hanno portato a forti divisioni all’interno dell’opposizione, con la nascita di vari soggetti con agende politiche diverse. L’unico punto di contatto, comune a tutti i gruppi, è la volontà di un cambio di sistema politico, e quindi la deposizione di al-Assad. A titolo di esempio elenco i gruppi più importanti:

  • Fronte Islamico: salafita e ultra ortodosso, appoggiato dagli emirati del golfo, attualmente tra i più forti;
  • Esercito Siriano Libero: termine ombrello che include i gruppi religiosi più moderati, ex militari e secolaristi;
  • Fronte al-Nusra: islamista, erede di al-Qaida in Siria.
  • Forze Siriane Democratiche: a guida curda, include milizie multi etniche (arabi, turcomanni, assiri, yazidi, armeni), di ispirazione social-democratica, federalista e rivoluzionaria.
  • Stato Islamico: islamista, estremista e isolazionista, è nato da ex luogotenenti di al-Qaida in Iraq.

I forti sconvolgimenti che hanno portato all’insorgenza di questi soggetti sono stati recepiti dall’occidente con colpevole ritardo. Le potenze occidentali, in primis l’America, hanno continuato per lungo tempo ad armare e finanziare soggetti antagonisti al regime con il solo scopo, condivisibile o meno, di abbattere il regime vigente, senza però preoccuparsi dei cambiamenti in corso e dei metodi e delle finalità dei vari soggetti in campo.

Si sono ritrovati quindi a dover correre ai ripari e cominciare una nuova guerra contro un nemico peggiore di quello iniziale, lo Stato Islamico, il quale è nato e ha prosperato nella completa indifferenza dell’establishment americano.

Alla luce di questo la trama del film può essere letta quindi essere letta in due chiavi: giustificazione e manifesto programmatico.

Nel primo caso il film ci dice che al di là delle divisioni, se l’obiettivo è giusto, è anche stato giusto da parte del Pentagono aiutare chiunque avesse potuto portarlo a compimento. Si tenta quindi di giustificare le colpe degli Stati Uniti nella nascita delle formazioni più estremiste.

La seconda chiave di lettura, non solo non esclude la prima, ma aggiunge all’interpretazione una volontà futura di proseguire sulla stessa strada, in quanto questa modalità di agire, al netto dei necessari compromessi morali, è efficace.

TIRIAMO LE FILA

In conclusione ci tengo a dire che questo pezzo ha voluto essere un punto di vista personale su Rogue One, molti elementi infatti sono mie considerazioni, altri sono delle analisi più oggettive di cui, in alcuni casi, ho esasperato le conclusioni in modo da rendere più palese un concetto di fondo di cui sono profondamente convinto: la politica (nel senso più lato e morale del termine) se non in in tutto c’entra in molto del nostro vissuto, anche in un prodotto di intrattenimento come Star Wars.

Inoltre sono convinto che il fatto di essere più radicato in contesto “reale” o realistico, abbia giovato alla pellicola, permettendo una immedesimazione maggiore del pubblico nelle vicende, rendendo questo Rogue One un ottimo war movie.

Se non lo avete ancora fatto andate SUBITISSIMO a recuperarvi questo film fichissimo, lo trovate qui e poi fatemi sapere che ne pensate voi, e mi raccomando, voglio vedere le fiammate nei commenti. 😉 

HAIL FANACEA!

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