Storia dell’animazione giapponese: la nascita e i primi vent’anni

Storia dell'animazione giapponese: le origini

Questo è il primo articolo di una serie che affronterà la storia dell’animazione giapponese, partendo dai primi anni del 1900 per finire ai giorni nostri.

Quale fonte utilizzerò principalmente il bellissimo libro “Storia dell’Animazione giapponese” di Guido Tavassi. Fatevi un regalo, compratelo che merita.

L’origine di tutto

Come tutte le origini, anche quella dell’animazione giapponese è assai nebulosa.

La tesi più accreditata è che l’animazione nipponica non sia un prodotto autoctono, ma derivi dall’entusiasmo che suscitarono le opere occidentali. Tra il 1909 e il 1910 vennero infatti importati cortometraggi francesi e americani per essere trasmessi al Cinema Imperiale: era il periodo Meiji, un tempo in cui tutto ciò che veniva da ovest era accolto come prodigioso e fantastico.

Al Cinema Imperiale si aggiunse poi la grande sala teatrale Yurakuza, che nel 1915 proiettò ben 21 cortometraggi. Si ipotizza che il generale entusiasmo per questa novità spinse alcuni pionieri a sperimentare qualcosa di simile.

Un inaspettato ritrovamento in una casa privata di Kyoto nel 2005 potrebbe però raccontare una storia diversa.

Oltre dieci anni fa viene infatti rinvenuto il c.d. Frammento Matsumoto: un pezzo di pellicola vuota composto da 50 fotogrammi sui quali sono stati tracciati direttamente dei segni. La sequenza raffigura un ragazzo vestito da marinaretto  che scrive su una lavagna “figure in movimento”.

 

 

 

Alcuni studiosi datano il frammento Matsumoto al 1907, dunque prima delle importazioni da occidente. Ciò costituirebbe la prova di una genesi indigena dell’arte dell’animazione. La storiografia ufficiale rimane però di tutt’altro avviso e tra gli argomenti più forti a proprio sostegno c’è sicuramente il fatto che la pellicola era merce rara negli anni ’10 del ‘900. Difficile dunque pensare che il frammento possa essere così vecchio.

Certo, posto che i cortometraggi occidentali arrivarono a Tokyo e ufficialmente è da lì che è nato tutto, rimane il mistero di come un frammento animato sia comparso a Kyoto. Mistero affascinante e probabilmente destinato a rimanere irrisolto.

Al di là di ciò, quel che è certo è che i giapponesi si interessarono subito al nuovo medium e lo presero decisamente sul serio: già nel 1916, il critico Hironari Terasaki scriveva su una rivista come questa nuova forma d’espressione fosse molto interessante e stigmatizzava chi la considerava una roba da bambini (ironico, considerato che in Italia si fa ancora adesso fatica a far passare questo messaggio).

I pionieri

Qualche paragrafo prima ho menzionato i pionieri che, affascinati da quello che avevano visto, fecero i primi esperimenti. Ebbene, questi pionieri hanno un nome: Oten Shimokawa, Seitaro Kitayama e Jun’ichi Kouchi.

  

Il più prolifico, con oltre una trentina di cortometraggi, fu sicuramente Kitayama, ma si deve a Kouchi l’elaborazione della tecnica più raffinata. Fino a quel momento infatti si disegnava tutto a china su carta, fotogramma su fotogramma. Kouchi invece iniziò a ritagliare personaggi e oggetti da muovere, dopodiché li metteva sugli sfondi nelle varie pose e fotografava tutto in successione, creando così una sequenza.

Il tutto ancora su carta, la costosa celluloide arriverà solo nel 1918.

Negli anni venti iniziarono a lavorare gli allievi e amici dei primi pionieri. Questi ultimi fecero tesoro delle tecniche apprese in precedenza, ma si focalizzarono più su una maggiore cura dei disegni. È infatti tipico degli anni ’20 uno stile altamente realistico a caricaturale.

I temi trattati

La maggior parte delle opere di questo periodo raccontava storie tipiche della tradizione giapponese e prendeva ispirazione dalle vignette umoristiche dei giornali. Dunque già in origine l’animazione nipponica risultava legata a doppio filo con i fumetti (basti pensare che il sopracitato Oten Shimokawa era un vignettista e spesso utilizzava i soggetti delle proprie opere).

Altri autori invece ambienteranno le loro opere in luoghi esotici e fantastici, affrontando anche temi adulti e drammatici. Un esempio è “La Balena” di Noburo Ofuji, di cui parlerò brevemente per un altro motivo.

L’avvento del sonoro

Nel 1927, con “La Balena” (tra l’altro prima opera animata nipponica a essere distribuita internazionalmente, tra Europa e URSS), Ofuji introdusse per la prima volta in assoluto la sincronizzazione tra immagini e una musica preincisa, per la precisione l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini.

Inutile dire che fu una rivoluzione: fino a quel momento infatti le opere erano mute e ad aiutare nella comprensione il pubblico analfabeta dell’epoca c’erano i “benshi”, ovvero gli “uomini parlanti” che raccontavano i film in sala. Un metodo che, come potete immaginare, era tutt’altro che preciso.

Ofuji fece vari tentativi sempre più avanzati e dalle colonne sonore si passò ai dialoghi sincronizzati. Ufficialmente possiamo datare la prima opera d’animazione sonora nipponica completa al 1929 con “Il posto di controllo”.

Complice la difficile situazione economica dell’epoca, ci vorrà ancora tempo prima che il costoso sonoro si imponga e diffonda. Inoltre stava per calare sul Paese un evento di proporzioni titaniche: la seconda guerra mondiale. Dell’animazione in quegli anni difficili, parlerò nel prossimo articolo.

 

Conclusione

Con questo primo articolo si sono affondate le mani in un’epoca remotissima, tra storia e mito.

Probabilmente nessuno di noi vedrà mai le opere d’animazione che ho citato, ma ho ritenuto comunque importante partire da qui con questa serie di articoli, e ciò per un motivo molto semplice: tutto quello che amiamo di questo mondo, dalle mazzate di Dragon Ball, alle riflessioni di NGE, alle atmosfere sognanti dello studio Ghibli, passando per le colonne sonore che ancora adesso ascoltiamo, è dovuto alla curiosità e al coraggio di una manciata di giapponesi degli inizi del ‘900.

Una manciata di giapponesi che è riuscita a guardare quegli esotici corti occidentali con la fantasia e lo stupore che spesso si perdono crescendo. E, direi, che a questi pionieri dobbiamo quantomeno un grazie.

HAIL FANACEA!

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