Texhnolyze: i sentieri sconosciuti dell’animazione

Nel 2003 la Madhouse finanzia ancora una volta la premiata ditta Chiaki Konaka e Yoshitoshi Abe, i quali sforneranno una serie di 20 episodi (portati a 22 nell’edizione home video) a dir poco criptica: Texhnolyze.

Ambientazione

Dimenticatevi l’allegria, il divertimento, la spensieratezza perché in quest’opera non ci sono, nessuno dei protagonisti sorriderà mai nel corso degli eventi, perché assorbito e assuefatto dall’ambiente in cui vive: la città di Lux, il cui nome è volutamente un paradosso con la realtà.
L’analisi dell’opera deve passare necessariamente tramite la descrizione dell’ambientazione: una città sotterranea illuminata artificialmente attraverso una simulazione della luce solare, costruita al fine di relegarci uomini indesiderati a causa di una sorta di pulizia etnica (questi esiliati sono gli avi dei protagonisti, la città avrà circa cento anni) e al fine di ottenere dal sottosuolo una risorsa (non vi dico cosa) da spedire agli abitanti della superficie. Lux è una città decadente, una novella Babilonia in cui molto spesso ci si fa male e si perdono gli arti, i quali sono sostituiti, se il portafoglio lo permette, da protesi tecnologiche chiamate “texhnolyze”.

La trama

Descrivere la trama è molto difficile, vista la non facile interpretazione dell’opera. Ciò che si può affermare per certo è che il texhnolyze è la chiave di volta della questione, in quanto quasi tutti i protagonisti principali lo possiedono, essendo mutilati più o meno gravemente: è l’uso di questa tecnologia che farà sviluppare gli eventi fino all’epilogo ed è sempre questa tecnologia che si imporrà come protagonista vero dell’opera.
Al centro della vicenda c’è Ichise, orfano dedito alla boxe professionistica, e il suo rapporto con le protesi appena impiantate, senza le quali sarebbe stato solo uno dei tanti vagabondi menomati.
In questa fase lo spettatore si focalizza su Ichise e sul suo coinvolgimento nelle vicende che interessano Lux, ma poi la tematica del technolyze torna prepotentemente.

Il vero protagonista

Analizzando Ichise ci si rende conto che del protagonista non ha nulla, è un burattino che non sceglie mai e che si fa trasportare dagli eventi; solo alla fine sceglierà e questa scelta gli varrà l’unico sorriso degno di nota nell’opera. Ichise non è nient’altro che la metafora dell’armonia uomo-macchina, le sue protesi sono al servizio del suo corpo, non sono invasive al contrario di quelle degli antagonisti.
Il rapporto uomo-macchina è ciò che fa schierare lo spettatore: le protesi sono un’evoluzione positiva dell’uomo? O sono una sua involuzione, una perdita di umanità? E’ preferibile l’armonia rappresentata da Ichise o gli antagonisti che sono ormai più macchine che uomini?
In definitiva, è questo tema il vero protagonista. Un tema molto caro ad autori di fantascienza e a registi e già affrontato da opere d’animazione molto più blasonate quali Ghost in the Shell.

Conclusione

Ci si trova di fronte una serie sicuramente non per tutti e che sicuramente non è esente da difetti, primo fra tutti i dialoghi eccessivamente stringati, che se da un lato danno un tono di riflessività all’opera e permettono allo spettatore di metabolizzare e pensare, dall’altro rendono troppo ermetica e incomprensibile l’opera in certi punti. In definitiva sembra che Yoshitoshi e Konaka abbiano fatto un anime più per loro stessi che per lo spettatore.
Consiglio quest’opera a tutti coloro che rifuggono gli anime troppo ovvi e banali e cercano la riflessività e tematiche importanti: se saprete armarvi di pazienza avrete grande soddisfazioni da quest’anime. Vi avverto, la prima puntata in assenza di dialoghi può scoraggiare lo spettatore poco convinto.
Potete trovare questa serie subbata in italiano dai Supremes Fansub.
HAIL FANACEA!

 

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