The Big O: i sentieri sconosciuti dell’animazione

Dal 1992 al 1995 la Warner Bros Animation produsse due serie basate sul celebre uomo-pipistrello: Batman: The Animated Series e The Adventures of Batman & Robin. Se a questa frase vi sovvengono ricordi in cui siete in pigiamone davanti alla tv a cantare “Corre, corre, Batman vaaa…” sappiate che la vostra memoria ha perfettamente ragione, in quanto si sta parlando proprio di quel cartone animato, conosciutissimo in Italia.

Quello che non tutti sanno però, è che la Warner affidò a studi di animazione stranieri la realizzazione di alcuni episodi. Tra questi studi c’era anche la Sunrise, casa giapponese celebre (fra le altre cose) per aver dato i natali a Gundam.
Questo evento ha creato l’humus per la nascita di un’opera a dir poco particolare: The Big O.

Nel 1999 infatti la Sunrise, arricchita ed evidentemente colpita dalla collaborazione con la Warner Bros, produsse questa serie robotica riprendendo lo stile grafico occidentale, le atmosfere gotiche e alcuni elementi estetici di Batman, tanto che quest’anime si guadagnò il soprannome (un po’ dispregiativo) di “Batman con il robottone”.

Quest’anime è formato da due serie di 13 episodi (la prima del 1999, la seconda del 2003) che verranno trattate nell’articolo unitariamente.

sunrise batman

the big o

La trama di The Big O

Paradigm City è la città dell’amnesia.
Quanrant’anni prima un evento sconosciuto ha resettato la memoria di esseri umani e macchine, tutti i file e le fonti riferibili a fatti di oltre quarant’anni prima sono scomparsi. Tutto questo ha scombinato gli equilibri socio-economici: nuclei familiari si sono divisi per sempre, ognuno ha preso possesso dei beni e delle abitazioni in cui si trovava al momento del reset. Di più, nessuno si avventura fuori Paradigm City, che si ipotizza sia l’ultimo baluardo di civiltà al mondo, fondato e governato dalla Paradigm Corporation.

In questo contesto si muove Roger Smith che lavora come “negoziatore”, ovverosia tratta con i vari criminali per risolvere pacificamente situazioni critiche quali rapimenti e simili. Ad aiutarlo il robot gigante Big O, misteriosa reliquia del passato che risponde solo ai suoi comandi, il fidato maggiordomo Norman e la sua amica/aiutante R. Dorothy, una ragazza androide.

Le prime undici puntate se la prendono comoda e sono autoconclusive, con solo un sottile filo che le collega alla trama principale. Poi la storia ingrana dalla puntata 11 per condurre lo spettatore al disvelamento dei grandi misteri di Paradigm City (la presenza di misteriosi robot e, soprattutto, cos’è accaduto quarant’anni prima) e al finale, che definire misterioso e complicato è un eufemismo. Sceneggiatore di The Big O è infatti Chiaki J. Konaka, famoso per le trame dalla struttura complessa e dalle molteplici interpretazioni (per esempio Texholyze, di cui si è già parlato in questa rubrica).

Estetica e mecha design

Come già anticipato nell’introduzione le animazioni e le atmosfere riprendono la celebre serie della Warner Bros. Paradigm City è molto simile a Gotham, il maggiordomo Norman ricalca un po’ Alfred e il nero è il colore assolutamente preponderante di tutto l’anime. I riferimenti e le ispirazioni non si fermano però qui.

The Big O deve molto alle atmosfere noir dei film del passato, quei film in bianco e nero ambientati in città sporche e fumose. Il tutto è accompagnato dal sax che suona in sottofondo e che permette allo spettatore di palpare quasi con mano la malinconia, la finta serenità di una città senza storie e senza ricordi. Ma The Big O non è solo questo. L’ anime deve molto anche alla fantascienza: man mano che ci si addentrerà nella storia gli elementi cyberpunk diverranno sempre più importanti, ricordando allo spettatore film quali Matrix.

Un paragrafo ad hoc meritano i robot e i combattimenti. In una parola: bellissimi. Il Big O nella lineare semplicità del design è fornito di molteplici armi che si scopriranno nel corso della serie, dai raggi oculari ai mitragliatori. Un robot dunque solo in apparenza semplice, ma dalla costruzione non banale e che garantisce spettacolarità nelle azioni e negli scontri (che nel genere robotico sono sempre difficili da rendere al meglio e sono essenziali per la buona riuscita di un’opera).

Conclusione

In definitiva ci si trova di fronte a un’anime non comune e soprattutto non per tutti. The Big O infatti si inserisce in quella coraggiosa fase sperimentale che caratterizzò la Sunrise nella seconda metà degli anni ’90 e, come tutti gli esperimenti, può non essere capito da tutti. Si possono comunque individuare vari piani di lettura che individuano altrettanti target di riferimento: potete guardare quest’anime meramente per i combattimenti (ma se fosse così cercherei qualcosa di più semplice), potete guardare almeno le prime 11 puntate se siete appassionati di vecchi polizieschi.

Oppure potete guardare quest’anime con occhio critico e attento, al fine di cogliere tutte le sfumature per riuscire a scoprire da soli il mistero che avvolge Paradigm City e riuscire a decifrare un finale che, in quanto a complessità, secondo me è secondo solo a quello di Neon Genesis Evangelion.
Potete trovare tutta la serie sub ita dai bravissimi Kanjisub.

HAIL FANACEA!

3 commenti su “The Big O: i sentieri sconosciuti dell’animazione

  1. The Big O è una serie che avrei visto benissimo nell’Anime Night della MTV dei tempi d’oro. Considerando il fatto che fu uno dei primi anime ad entrare in uno spazio apposito nel canale Cartoon Network americano (che ne finanziò addirittura la seconda stagione come co-produttore).

    Forse il problema principale di questa serie è una sceneggiatura lenta e pesante da seguire, senza nessun escamotage comico per abbassare la tensione e permettere di riordinare le informazioni apprese, cosa che a molti potrebbe non piacere.

    1. Ma in realtà i suoi momenti comici li ha, piccoli momenti in cui Dorothy e Smith si stuzzicano. Certo non è una serie leggera. Fu senza dubbio un progetto coraggioso della Sunrise.

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