Il ripescaggio: To the Moon, viaggio al centro della mente

To the Moon

una piccola premessa

Se siete tra quelli che in un videogioco ricercano solo ed esclusivamente puro svago, mero intrattenimento per staccare e ripigliarsi dalle fatiche della vita, cliccate la X in alto a destra o cosa per lei e non fate più ritorno su questo post.

Se siete tra quelli che se il gameplay è pressochè inesistente si scazzano subito, e che a cliccare troppo per mandare avanti i dialoghi parte un’ulcera facile, cliccate la X in alto a destra o cosa per lei e non fate più ritorno su questo post.

Se siete semplicemente dei grandissimi insensibili, niente vi fa commuovere e al posto del cuore c’è un sasso o il vuoto, cliccate la X in alto a destra o cosa per lei e non fate più ritorno su questo post.

Bene, perché quindi giocare a To the Moon? Tutta sta tiritera iniziale per cosa?

In principio, la Luna:

Eva e Neil sono due scienziati della Sigmund Agency of Life Generation, una società che offre alle persone in punto di morte una sorta di seconda chance per realizzare un proprio desiderio, attraverso l’innesto di una serie di ricordi falsi.

Insomma, avete sempre desiderato andare sulla Luna ma poi è successa la vita e adesso state per crepare senza neanche aver visto l’ombra di un’astronave?
Tranquilli, non ci andrete lo stesso, ma morirete convinti di sì. Alla faccia dei rimpianti.

Purtroppo per Eva e Neil, Johnny, il paziente protagonista di To the Moon, non ha alcun ricordo del perché voglia andare sulla Luna, unico requisito necessario allo svolgimento dell’operazione.
I due si imbarcheranno quindi in un viaggio nella sua memoria, alla ricerca del motivo all’origine del suo desiderio in una vera e propria corsa contro il tempo.

Sì, e poi? E poi correte a giocare, per la miseria!

Eviterò di approfondire ulteriormente la trama dato che la è la componente principale di questa gemma e merita di essere vissuta senza che spoiler. Quando dico “componente principale” non esagero, dato che a livello di gameplay le carenze sono forti. Infatti, chiunque abbia un minimo di familiarità con RPG Maker (il programma utilizzato per creare questo gioco) è consapevole delle limitazioni che esso pone. Ma se proprio queste limitazioni fossero la punta di diamante di questo titolo tanto particolare?

Innanzitutto, la grafica si propone con quello stile pixel art retrò tanto caro agli sviluppatori indie. Se per molti però è un modo per sopperire alle mancanze a livello artistico che inevitabilmente accompagnano un titolo dal budget di sviluppo ristretto, in To the Moon la pixel art è curata, perfetta in ogni dettaglio ed in grado di portarci in un viaggio nostalgico che si sarebbe perso in mezzo a mille altri walking simulator se Kan Gao (l’autore) avesse deciso di produrne una versione basata su un motore 3D come Unity.

Anche il “gameplay” (e le virgolette sono d’obbligo) è ridotto all’osso. L’interazione col mondo circostante, al di là dei dialoghi, è minima e sempre secondaria alla storia che andiamo a svelare con il procedere dello scavare dentro i ricordi di Jhonny. Possiamo raccogliere oggetti, abbiamo un inventario che serve fondamentalmente a far scena e muovere i protagonisti intorno. Nulla di più. Cos’è allora che rende questo gioco tanto speciale?

Quelli che potrebbero essere limiti diventano il metodo attraverso il quale Kan ci catapulta nel mondo del gioco. Ci prende la nostalgia a guardare quei pixel che tanto ci ricordano lo Chrono Trigger o A Link To The Past, quando giocare includeva il dover sfruttare anche la nostra immaginazione di bambini perché la grafica era quel che era. Il gameplay semplice ci fa sentire protagonisti della storia che stiamo vivendo, anche se la nostra influenza è nulla sulla trama. Come in un teatro di marionette, torniamo piccoli e riempiamo con la nostra immaginazione e con vere emozioni il vuoto lasciato dal comparto tecnico carente.

La storia è profonda, intensa, vi strapperà qualche lacrima, ma è resa ancora più coinvolgente dal fatto che per viverla appieno dobbiamo mettere noi stessi dentro il gioco.

Dimostrazione che le scelte a livello tecnico sono frutto in questo caso di una scelta deliberata più che di una limitazione dello sviluppatore è la colonna sonora. Sarebbe stato facile prendere un po’ di musica royalty free e concludere lì questa parte dello sviluppo. Invece Kan Gao da artista completo ha scritto ed interpretato (ad eccezione di una singola traccia) tutte le musiche presenti nel gioco. E lasciatevelo dire, è un gioco che va gustato con le cuffie sulle orecchie, perché la colonna sonora è un capolavoro indipendentemente dal gioco a cui è legata.

In conclusione, compratelo

To the Moon, insomma, è un titolo che relegare alla categoria “videogame” sarebbe riduttivo. È arte, e la visione dell’artista esplode in una miriade di direzioni, dalla storia, al comparto tecnico, alla colonna sonora.

Un insieme di perle che unite vanno a formare un titolo eccezionale che si è scavato un posto nel mio cuore, a fianco a capolavori del cinema, della musica, della letteratura; da gustare tutto d’un fiato, al quale dedicare un pomeriggio per le circa quattro ore di durata è d’obbligo. È una storia malinconica, dolce e triste che non mancherà di farvi pensare una volta che vedrete scorrere lenti i titoli di coda “wow, ho assistito a qualcosa di meraviglioso”.

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