Ubik: un sogno lucido

Ubik, classe 1969, che viene meritatamente considerato uno dei migliori romanzi della carriera di Philip Dick, non può mancare nella libreria del vero appassionato di fantascienza letteraria, magari un po’ cinefilo, ma neanche in quella di tutti i lettori di buon cuore, disposti a farsi trascinare in un turbine torbido e ingannevole, quasi sofferente. Il romanzo è dominato dalla paranoia, un oscillare tra sogno e veglia, senza mai lasciar spazio alla fiducia, né nell’autore e le voci dei suoi personaggi né in noi stessi e nella nostra comprensione di ciò che stiamo leggendo.

Ancora una volta, P.D. si muove, mi si perdoni qui l’ossimoro, nella “classica” fantascienza distopica, dando vita ad atmosfere allucinate (con un piccolo contributo dell’acido lisergico, pare), equilibrata da un’incredibile lucidità stilistica, nel dipanare una trama intricata al punto giusto. Il rischio di non “capirci niente” fino alla fine è proprio la grande possibilità a cui bisogna aggrapparsi: fremere fino alla fine, tra il colpi di scena e tensione continua, come il quid emozionale che Hitchcock tanto ricercava e che Ubik non nega al lettore.

Come molti dei romanzi di Dick, anche Ubik ben si presterebbe ad una trasposizione cinematografica; d’altronde fu Dick stesso l’autore di una sceneggiatura nel 1975, per il regista Jean-Pierre Gorin, interessato all’adattamento di un film che purtroppo non verrà mai alla luce (al contrario dell’arcinoto Blade Runner, tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).

Si ricorda anche il videogioco omonimo, sviluppato da Cryo Interactive Entertainment e rilasciato nel 1998, un gioco d’azione strategico liberamente ispirato -forse un po’ troppo- al romanzo.

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Inoltrarsi nel mondo di Ubik è come scivolare nel caos, uscirne indenni è difficile.

L’incipit ci descrive un sistema in cui le sfide industriali si combattono a colpi di telepatia e poteri non più considerati sovrannaturali. Spionaggio e controspionaggio vengono affidati a speciali agenzie dotate di una spaventosa scuderia di telepati, in grado di carpire qualunque segreto aziendale o di impedirne il furto. Il tecnico Joe Chip è un dipendente della Runciter Associates, gestita del suo amico e capo Glen Runciter. Quest’ultimo si affida ai consigli della saggia moglie

Ella, tenuta in semi-vita dopo il suo decesso e con cui è possibile comunicare. Un evento esplosivo stravolgerà la vita grigia di Joe, Glen e tutti i misteriosi personaggi coinvolti nella battaglia tra la Runciter Associates e la compagnia rivale dell’acerrimo nemico, Ray Hollis.

Il nostro filo di Arianna è proprio Joe Chip, adorabile anti-eroe lebowskiano tanto sciatto quanto geniale, che si muove in uno spazio tecnocratico dai contorni sfumati. Dalla porta del suo appartamento, fino al sistema che tiene in vita la moglie del suo capo, il leitmotiv tecnologico non è mai noioso o banale, ma un elemento panteistico che permea tutto l’universo di Ubik.

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Le varietà delle tematiche ci tende l’agguato per una profonda riflessione metafisica , proprio per la continua destabilizzazione della nostra percezione della realtà fenomenologica, tanto quanto quella dei personaggi incontrati, indecisi se si trovarsi di fronte a una proiezione mentale oppure a una concreta condivisione delle vicende dal sapore onirico che Glen dovrà affrontare (con non troppo entusiasmo).

Ora la questione più spinosa. Cos’è Ubik? Una saponetta o un farmaco per i dolori di stomaco? Ubik è il mio signore, un’onnipresente pubblicità enigmatica o uno strumento di tortura contro i poveri lettori spaesati nell’universo di Dick? La risposta a questa domanda non è semplice, non è scontata e non deve essere data in questa sede.
A voi che mi ascoltate l‘ardua sentenza.

Il libro lo potete trovare qui.

HAIL FANACEA!

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