C’è vita oltre LV-426: le xenoteorie pt. 2

Continua la nostra cavalcata trionfale verso il 19 maggio (da altre fonti leggo 17 maggio, ancora meglio!) e, in attesa del ritorno in sala della mitica creatura di Scott, continua anche la mia disamina delle più interessanti fan theory riguardanti l’universo narrativo di Alien.

Oggi ci concentreremo sul secondo film della saga, Aliens, e ad animare la discussione sarà una domanda che in molti, vedendo il seguito targato Cameron, si saranno posti: nella galassia di Aliens esistono altre specie extraterrestri oltre agli Xenomorfi (e agli Space Jockey, ça va sans dire)?

La domanda sorge spontanea data la natura fantascientifica dell’opera, e Cameron ha disseminato il suo film di piccoli indizi che sembrerebbero dare una risposta affermativa a questo interrogativo.

Andiamo ad analizzare nel dettaglio alcune scene del film e vediamo se riuscirò a convincervi dell’esistenza di vita oltre LV-426Here we go!

“She saw an alien once”

La scena del risveglio a bordo della USS Sulaco è il primo momento in cui ci si rende conto che forse gli alieni non sono una presenza così eccezionale nell’universo di Aliens. Subito dopo la sveglia vediamo i marines rivestirsi prima di dirigersi a fare colazione. Incuriosita dalla presenza di civili sul vascello militare, il soldato Vasquez chiede al caporale Ferro informazioni sul conto di Ripley; una volta apprese da Ferro le straordinarie qualifiche della “consulente” (“ha visto un alieno una volta”), il soldato Hudson, anch’egli presente alla conversazione, si lascia andare ad un commento tutt’altro che sorpreso.

Lo scambio di battute è piuttosto sarcastico:

FERRO: “Quella dovrebbe essere una specie di consulente, a quanto pare una volta ha visto un alieno.”

HUDSON: “Caspiteronzola. Sono scioccato…”

Per avere un’idea del tono della conversazione trovate qui la scena completa (al minuto 00:25).

La mia interpretazione è che Ripley venga sfottuta per il fatto di essere considerata un’esperta in materia di extraterrestri nonostante abbia avuto un solo incontro con un alieno. Al contrario loro si considerano dei veri esperti, in quanto probabilmente hanno avuto molte esperienze di combattimento con vita indigena aliena, e per questo motivo si dimostrano completamente indifferenti verso la loro missione, e verso gli avvertimenti di Ripley (ma su questo punto torneremo più avanti).

Certo si potrebbe pensare ad una semplice presa in giro dovuta alla natura poco credibile dei racconti del tenente Ripley, ma indizi successivi mi fanno propendere per il punto di vista di cui sopra.

Gli Arturiani

FROST: “Hey, I sure wouldn’t mind getting some more of that Arcturian poontang! Remember that time?”
SPUNKMEYER: “Yeah, Frost, but the one that you had was a male!”
FROST: “It doesn’t matter when it’s Arcturian, baby!”

La prossima scena che voglio portare alla vostra attenzione è immediatamente successiva al risveglio criogenico di cui sopra: una volta alzati, e rivestiti, i marine e il personale civile si spostano nella mensa della USS Sulaco per consumare la colazione. In questo clima conviviale vediamo delinearsi ulteriormente il cameratismo e le personalità “over the top” che contraddistinguono il plotone dei Colonial Marines. Ad attirare l’attenzione è una conversazione che si tiene tra il soldato Frost e il co-pilota Spunkmeyer: il primo si lascia andare alla nostalgia rievocando i trascorsi sessuali avuti con una Arturiana, mentre il suo compare lo sfotte ricordandogli che quella con cui era andata a letto era un maschio Arturiano, al che Frost fa notare che “quando un corpo è Arturiano che ti frega?”.

L’interpretazione più logica sarebbe quella per cui i due marine si riferiscono ad una specie aliena proveniente dalla costellazione Boote di cui Arturo (o Arcturus) è la stella più luminosa. Tale costellazione si trova entro un raggio di 50 anni luce dalla Terra, quindi perfettamente a portata di viaggio spaziale, se si considera che il fittizio planetoide LV-426, su cui sono ambientati i primi due film, è situato a circa 40 anni luce dal nostro pianeta, nel sistema Zeta Reticuli.

Tornando agli/alle arturiani/e, sulle base del breve dialogo tra i marine, possiamo formulare due ipotesi sulla loro natura biologica:

  • potrebbe trattarsi una specie di mutaforma, il che gli permetterebbe di creare organi adatti ad ogni partner;
  • oppure potrebbe trattarsi di una specie umanoide ermafrodita (da cui l’inutilità della distinzione tra maschi e femmine), dedita a viaggi spaziali, che privilegia l’accoppiamento con specie aliene, in questo caso l’uomo. Insomma qualcosa di simile alle Asari di Mass Effect. 😉
Tipico maschio Arturiano. Forse…

A corroborare l’ipotesi c’è anche il fatto che Spunkmeyer si riferisce all’Arturiano come “male” (maschio) e non come “man” (uomo), come se fosse un essere non umano.

Questa tipo di rappresentazione degli abitanti del sistema solare Arturo non sarebbe del tutto originale, potrebbe infatti trattarsi di una citazione della graphic novel del 1975 The Long Tomorrow, opera cult della fantascienza a fumetti, dalla quale hanno tratto ispirazione in varia misura anche Scott per Blade Runner e Lucas per L’Impero Colpisce Ancora (giusto gli ultimi arrivati in fatto di sci-fi). Dicevamo, la citazione: in The Long Tomorrow gli Arturiani sono delle specie di blob mutaforma dediti ai “love games”.

Prego regia, favorire la diapositiva:

Vale inoltre la pena notare che la specie Arturiana viene menzionata anche in due romanzi del 2014 basati sull’universo espanso di Alien, ovvero: Alien: Sea of Sorrows e Alien: River of Pain; i quali, per quanto magari possano non essere considerati completamente canonici, danno comunque credito a questa interpretazione.

A caccia di insetti

Un’altra scena ricca di indizi per la nostra ricerca di vita nell’universo di Aliens è quella che si svolge nell’hangar della Sulaco. Qui assistiamo alle varie fasi di preparazione della missione: briefing tattico, allestimento del velivolo da sbarco e dell’APC e preparazione degli armamenti personali. Concentriamoci per ora sulla prima fase, il briefing tenuto dal tenente Gorman e da Ripley.

Quasi subito Hudson si fa notare dal tenente chiedendo delucidazioni sul tipo di missione: sarà uno scontro a fuoco o un’altra caccia all’insetto? Di risposta Gorman riferisce che il nemico della missione è uno xenomorfo (ovvero un organismo/entità estranea, aliena), al che il caporale Hicks esclama ad alta voce “Caccia all’insetto! Di che cosa parliamo?”. È importante notare che non c’è ironia o sarcasmo nella sua battuta, anzi è chiara la sua volontà di carpire informazione necessarie all’allestimento della squadra.

È fondamentale questo particolare, perché secondo alcune interpretazioni la “caccia all’insetto” non sarebbe altro che un futuristico gergo militaresco per intendere una missione inutile e priva di azione, qualcosa del tipo “andiamo a sparare alle farfalle”. Ebbene a mio parere tale lettura regge solo fintanto che non si è visto la scena in questione (proprio per il motivo che ho spiegato sopra), e la mancanza di preoccupazione o apprensione verso la missione da parte dei marine è dovuta all’arroganza e alla sicurezza riposta nei propri mezzi tecnologici e nella propria esperienza, non al fatto che essi credano che non esistano forme di vita aliene.

Non vi ho ancora convinto? Beh, guardate questo:

Quella che vi mostro qui sopra è la decalcomania presente sul muso della navetta da sbarco UD4L Cheyenne, ovvero il mezzo utilizzato dai marine per effettuare la discesa su LV-426. Partiamo dal nome: l’enorme adesivo che adorna la navicella presenta innanzitutto il nomignolo con cui è chiamata, ovvero “Bug Stomper” (calpestatore di insetti). Sotto la caricatura di un falco che imbraccia un fucile è inoltre possibile leggere un breve slogan: “We endanger species” (mettiamo in pericolo le specie). Abbastanza eloquente, che dite? 😉

Vediamo dunque sostanzialmente confermato il significato di “bug hunt”, ovvero un appellativo informale per un tipo di missione molto comune: bonificare una zona dalla fauna aliena.

Riflettendo ulteriormente mi sono accorto che altri dettagli sembrano convalidare questa teoria, uno in particolare (e tutt’altro che secondario nel film) sono gli equipaggiamenti in dotazione ai nostri combattenti.

Sostanzialmente sono 3 le armi principali utilizzate nel film:

  • M41A Pulse Rifle – il fucile d’assalto standard, praticamente l’M16/M4 del futuro;
  • M56 Smart Gun – mitragliatrice di squadra dotata di mira assistita;
  • M240 Incinerator Unit – lanciafiamme individuale delle dimensioni di una moderna carabina militare.

Tralasciando il Pulse Rifle, che ha delle caratteristiche tutto sommato generiche da fucile d’ordinanza (ferma restando che è una delle armi più iconiche e fichissime della fantascienza tutta), mi concentrerò invece sulle altre due armi, e su quelle che a mio parere sono le peculiarità che le rendono perfette per la “caccia all’insetto”.

Cominciamo dalla più futuristica della due, l’M56 Smart Gun.

Come è possibile vedere dalle immagini si tratta di un’arma piuttosto grossa, assimilabile come funzioni e ruolo ad una mitragliatrice leggera di squadra dei giorni nostri. La caratteristica più “stravagante” di questa mitragliatrice è quella di essere agganciata al busto dell’operatore tramite un braccio meccanico. Tale braccio serve al sistema di mira automatico ad infrarosso per poter muovere l’arma (o meglio “suggerire” il movimento all’utilizzatore).

Tale caratteristica però rende l’arma ben poco adatta agli scontri a fuoco per i seguenti motivi:

  • possibilità da parte di un nemico di tipo militare/paramilitare di utilizzare dei diversivi (fonti di calore, bengala, luci infrarosse) rendendo inaffidabile o inutilizzabile il sistema di puntamento;
  • nel caso non si potesse fare affidamento sul puntamento ad infrarosso è comunque possibile bypassare la mira automatica. Questo modalità di fuoco libero rende però l’arma estremamente imprecisa, in quanto, a causa del braccio meccanico, si è costretti a fare fuoco esclusivamente dal fianco, senza possibilità di usare mirini o tacche metalliche (di cui comunque è sprovvista). In questi casi l’arma diventa affidabile solamente nella corta distanza, non proprio il massimo considerando che mediamente nei conflitti moderni gli scontri a fuoco avvengono ad una distanza di 300 metri.
  • la conformazione del sistema d’arma (l’imbracatura, il braccio meccanico e l’impugnatura “a motosega”) rende impossibile al soldato alcuni movimenti base molto importanti, come ad esempio sdraiarsi (per proteggersi da un’esplosione vicina o da degli spari improvvisi, oppure per poter prendere meglio la mira), strisciare, oppure accucciarsi dietro un riparo continuando a fare fuoco da dietro di esso (ad esempio dietro un muretto, da dentro una finestra, o dietro a dei sacchi di sabbia). L’unica possibilità di copertura è stare in piedi (forse anche seduti, con qualche difficoltà) dietro un riparo sufficientemente alto, e comunque rinunciando alla capacità di contrattaccare senza esporsi.

Se invece viene utilizzata per la caccia a dei predatori, o comunque della fauna selvatica, l’arma mostra tutti i vantaggi della sua curiosa configurazione:

  • il sistema di puntamento permette di individuare i predatori mimetizzati nell’ambiente selvatico con più facilità della sola visione oculare (a meno che non vi troviate nell’impianto di raffreddamento di un processore atmosferico, LOL). Lo stesso permette di seguire e mirare bersagli molto veloci, siano essi in fuga o in fase d’attacco.
  • se anche il sensore a infrarossi fosse inutilizzabile, la grande disponibilità di munizioni e il volume di fuoco permettono comunque di tenere a distanza di sicurezza qualunque alieno troppo curioso;
  • i due fattori di cui sopra, combinati, consentono ad un singolo operatore di poter ingaggiare un branco di nemici (o uno sciame, nel caso fossero veramente insetti) e averne facilmente ragione.

Passiamo ora in analisi il secondo pezzo d’artiglieria, l’M240 Incinerator Unit.

Si tratta nient’altro che di un lanciafiamme, reso molto compatto, portatile e operabile da un solo milite, ma senza alcuna funzione futuristica.

Come sanno tutti gli eserciti del 21 secolo, i lanciafiamme sono armi obsolete ed estremamente inefficaci nel combattimento. Certo possono avere un forte impatto psicologico sul nemico, oppure essere utilizzati per dei compiti specifici (“bonificare” un bunker o una trincea, oppure liberare una zona dalla vegetazione), ma il loro limite insormontabile, che li rende inutilizzabili negli scontri a fuoco, è il raggio d’azione che spesso non supera qualche decina di metri.

Per quale motivo quindi un marine coloniale dovrebbe portarsi nello spazio un’arma obsoleta persino per i nostri standard odierni? Il motivo è che, probabilmente, potrebbe servirgli a fronteggiare nemici non armati.

Un lanciafiamme infatti può essere molto utile per spaventare e mettere in fuga animali selvatici, oppure, nel caso che decidano comunque di attaccare, permette di creare, letteralmente, un muro di fuoco tra noi e il nemico (o i nemici).

Può essere usato per distruggere nidi e rifugi, o per stanare animali.

La gittata, per quanto limitata se paragonata ad una comune arma da fuoco, è più che sufficiente per avere ragione di un nemico disarmato, il quale sarà necessariamente portato ad attaccare fisicamente.

Considerando quindi le loro funzioni di forza armata di proiezione nelle colonie extra-mondo, e i loro equipaggiamenti, direi che i nostri marine dello spazio sono abbastanza abituati ad ammazzare forme di vita aliene. Peccato per loro che il nostro caro xenomorfo non sia un alieno qualunque. 🙂

Burocrazia galattica

L’ultima prova che voglio presentarvi richiede innanzitutto un passo indietro. Torniamo quindi per un attimo al primo capitolo della saga. Siamo su LV-426, Kane è stato attaccato da un facehugger e il resto dell’equipaggio si precipita nella navetta da sbarco per riportarlo sulla Nostromo e prestargli le cure necessarie. Una volta a bordo però la preoccupazione maggiore di Ripley non è che il suo collega abbia un alieno attaccato alla faccia, quanto il fatto che l’alieno in questione si trovi a bordo: “Conoscete la procedura: ventiquattro ore per la decontaminazione!”.

Torniamo al seguito Aliens. Burke vuole riportare sulla Terra con sè due esemplari di facehugger, ma anche lui conosce le procedure, sa che gli esemplari verrebbero sequestrati per la quarantena, e probabilmente eliminati, data la loro pericolosità. Quindi per introdurli illegalmente decide di provare ad infettare Newt e Ripley in modo che fungano da “corrieri”.

Ora, chiunque abbia visto Alien³, sa che la presenza di uno xenomorfo in fase di gestazione è facilmente rilevabile tramite l’apparecchiatura medica diagnostica del 2179. Se quindi la quarantena fosse applicata agli umani, per motivi di prevenzione medica, l’ospite alieno potrebbe essere individuato facilmente rendendo il piano di Burke del tutto inutile. Questo mi fa ritenere che le procedure standard di cui si parla nei due film siano indirizzate specificamente ad entità extraterrestri, e se la Interstellar Commerce Commission si è presa la briga di creare delle norme ad hoc è probabile che di alieni se ne siano visti anche prima dello xenomorfo. 😉

A questo però potrebbe sorgere il dubbio: se l’umanità ha già avuto esperienze di incontri con extraterrestri, se esistono protocolli, armamenti e personale appositamente addestrato, perché l’incontro con gli xenomorfi sembra cogliere tutti impreparati?

Per rispondere a questa domanda leggiamo un estratto del rapporto redatto da Ripley sull’incidente della Nostromo, da lei presentato all’udienza di fronte all’Amministrazione Coloniale:

“Trovammo qualcosa che non era mai stato osservato in più di trecento mondi già esplorati, una creatura che germinò dentro un ospite umano vivente” e che ha “acido concentrato al posto del sangue”.

Questa testimonianza, e le reazioni sgomente dei presenti, delinea l’eccezionalità della creatura, più che dell’incontro in se. Da cui anche l’apparente impreparazione di chi si troverà a doverlo affrontare durante il film (ovvero i nostri spavaldissimi marine coloniali).

Federali, Commissione Interstellare del Commercio, Amministrazione Coloniale, compagnie assicurative… AKA i grigi burocrati spaziali.

Ad affermare l’unicità della creatura ci pensò già l’androide Ash nella prima pellicola:

“Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un perfetto organismo. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità. (…) Ammiro la sua purezza. Un superstite… Non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.”

L’organismo perfetto, unico nel suo genere. Probabilmente nemmeno la Compagnia aveva idea di cosa avrebbero trovato dentro il relitto su LV-426, molto probabilmente pensavano di recuperare qualche tecnologia aliena a costo zero, di sicuro non pensavano di trovare l’arma biotecnologica definitiva. Una volta appresa la natura dello xenomorfo da Ripley, infatti, si sono affrettati a mandare una spedizione di coloni per recuperare un campione e soprattutto per poter accampare i diritti di sfruttamento sul relitto e soprattutto il suo contenuto. Tutto ciò anche a scapito di dipendenti e personale, facili prede per il killer definitivo, e perfettamente sacrificabili (e sacrificati) sull’altare del profitto.

Bonus Track

Guardate quanta vita indigena che hanno ammazzato i Predator in giro per la galassia. Possibile che esistano sono umani e xeno? 😉

Predator 2
Aliens vs Predator Requiem

Spero di aver suscitato il vostro interesse con questa seconda puntata delle Xenoteorie, e anche di avervi dato un po’ di nuovo materiale per fare gli splendidi con i vostri amici nerd. 😉

Fatemi sapere che ve ne pare dell’articolo e se volete una terza puntata!

Se non lo avete ancora nella vostra collezione vi ricordiamo che potete trovare l’intera saga ad un prezzo super (30 euro) su Amazon a questo link.

HAIL FANACEA!

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