What a Wonderful Word: parole intraducibili da tutto il mondo

Che bella parola! Parole intraducibili da tutto il mondo

Avete mai pensato che potesse esistere una parola per indicare una persona amica che non fa parte della famiglia, ma che reputate tale? O un termine per indicare la distanza che una renna può percorrere prima di aver bisogno di fare la pipì? O un verbo per definire alla perfezione quello stato dell’essere (o malessere?) che ci coglie dopo aver pranzato dalla nonna? Ah sì, questo esiste ed è il beneamato abbiocco. E che voi ci crediate o no, è un termine che usiamo solo noi italiani.

Ecco allora che gli amici tanto cari da essere di famiglia in Giappone hanno un nome: namaka. E la distanza che una renna può percorrere prima di fermarsi a far pipì è definita poronkusema, una unità di misura usata dalle popolazioni della campagna finlandese che corrisponde a 7,5 km. Avete mai visto una renna, che ne so, in Grecia? La risposta è chiaramente no, ed è il motivo per cui questo termine viene usato solamente in Finlandia e non ha ragione di esistere o di essere tradotto in altri paesi del mondo.

Le ragioni per cui alcune parole esistono solo in determinati paesi sono sociali, storiche e culturali. Non a caso nonna Pina è famosissima in tutto il globo per riempire di tagliatelle “calde col ragù” figli e nipoti e cugini dei vicini di casa come dei tacchini ripieni, per poi vederli agonizzanti dal sonno a causa della difficilissima digestione. E dubito fortemente di imbattermi in banchetti del genere in Africa.

E quindi niente, tutto questo preambolo per dirvi che esiste un libro (scovato di recente in libreria) che raccoglie tante bellissime parole intraducibili come queste, provenienti da tutto il mondo. Pure il titolo del libro è intraducibile a dire il vero, nel senso che in lingua originale rende così bene che la traduzione italiana in confronto fa abbastanza pena. “What a Wonderful Word – a Collection of Untranslatable Words from Around the World”, scritto da Nicola Edwards e illustrato da Luisa Uribe, pubblicato a inizio anno a Londra per Little Tiger Press Groups, è stato tradotto da Emme Edizioni con il titolo Che Bella Parola! Parole Intraducibili da Tutto il Mondo.

Non starò qui ad elencarvi tutte le parole (30!) di questo carinissimo libro, ma ve ne racconterò alcune che hanno attirato la mia attenzione non solo per l’originalità della loro storia, ma anche per la poeticità che racchiudono.

Gökotta: Svezia

Questa parola esiste solo in svedese e significa “svegliarsi presto alla mattina e uscire ad ascoltare il canto degli uccelli”. Nasce dalla tradizione secondo cui il giorno dell’Ascensione (ovvero a 40 giorni dal giorno di Pasqua) ci si alza presto al mattino e si va nei boschi ad ascoltare il canto del cuculo che si dice che canti per la prima volta dopo il lungo inverno. Questa usanza ha ormai preso piede indipendentemente dalla festa religiosa ed è piuttosto comune per le persone che abitano vicino ad una foresta: un’usanza che rigenera lo spirito e che crea un forte legame con la natura. Non a caso la Svezia è considerato uno dei paesi più felici del mondo: nella classifica del 2017 è tra i primi dieci. E non mi stupisco se l’Italia si trovi tra gli ultimi posti… Ma chi te lo fa fare di svegliarti all’alba per ascoltare il canto degli uccellini?!

Gluggaveður: Islanda

Gluggaveður in islandese significa “tempo da finestra”. Gli islandesi lo usano quando ci sono delle giornate molto belle e soleggiate ma fa troppo freddo per uscire. Quindi se le possono godere soltanto attraverso la finestra. Non è un caso che l’Islanda sia la più piccola nazione europea con il più alto numero di scrittori (e tanto tempo da passare chiusi in casa). Infatti, un abitante su dieci pubblica un libro nell’arco della sua vita. Però se consideriamo che in Islanda ci sono poco più di 300.000 abitanti non è nemmeno questa notiziona, in fin dei conti.

Mencolek: Indonesia

Sarà pur intraducibile, ma questa parola indica un gesto universalmente conosciuto in tutto il mondo: quello di toccare qualcuno sulla spalla opposta rispetto al lato in cui ci troviamo per fargli uno scherzone. E pare che in Indonesia lo facciano così spesso da averne ufficializzato il verbo! La domanda sorge spontanea: perché? Perché l’Indonesia è la quarta nazione al mondo con più bambini, per la precisione 76 milioni. 76 milioni di bambini simpaticissimi.

Pochemuchka: Russia

Questa è una parola che non smetterei mai di pronunciare: pochemuchka.
Pochemuchka, pochemuchka, pochemuchka, pochemuchka. (Ok, la smetto.) Ma quanto è bella? Ispirata ad un libro per bambini molto conosciuto in Russia (“Što ja vídel”What I saw”) che racconta la storia di un bambino molto curioso e intelligente che chiedeva “perché” a qualunque cosa, pochemuchka è, in russo, un bambino che chiede continuamente “perché?”. In generale, però, viene usata anche per chiamare chi fa troppe domande e vuole ficcare il naso dappertutto. Anche qui la domanda sorge spontanea: com’è possibile che questa parola esista solamente in Russia?
(Nota a margine: accade spesso che il numero di abitanti del paese in questione sia inversamente proporzionale al numero di ficcanaso appartenenti al paese stesso, fatta eccezione dell’Islanda che, nonostante sia il meno popolato, è costretto a farsi gli affaracci suoi a causa del gluggaveður.)

Mistimanchachi: Quechua

Anche questa merita di essere pronunciata all’infinito! Mistimanchachi è una parola della lingua quechua (lingua parlata dai nativi della regione delle Ande che comprende Perù, Bolivia ed Ecuador). Letteralmente significa “pioggerella che spaventa gli spagnoli di città”. Sono stata personalmente sulle Ande e ho visto con i miei occhi quanto fisicamente forte sia questa gente. Le loro vite ruotano attorno alla “pachamama”, la madre terra: si curano esclusivamente con erbe e fiori e si nutrono essenzialmente di frutta e verdura, dove con verdura intendo patate (patate come se non ci fosse un domani). Ad Humahuaca, nella provincia di Jujuy, ho assaggiato ben cinque varietà di patate coltivate a 3.000 metri sul livello del mare, tutte piccolissime, coloratissime e dolcissime: delle caramelle. Questi abitanti sono principalmente pastori e contadini che, nonostante la pioggia, continuano le loro attività all’aria aperta a differenza della gente di città che si spaventa per due gocce d’acqua e che, per questo motivo, viene presa in giro dagli autoctoni. Un atteggiamento sarcastico (o vendicativo?) quello di questi contadini, reduci dalla colonizzazione spagnola e ancora oggi feriti dall’usurpazione europea.

Hiraeth: Gallese

In Galles, solamente il 19% della popolazione sa parlare il gallese, ma le istituzioni stanno promuovendo lo studio di questa lingua che rischia di estinguersi totalmente. Esiste una parola, in gallese, che riflette esattamente questo senso di nostalgia per una lingua e cultura appartenente al passato e che difficilmente si recupererà totalmente: hiraeth significa appunto “profonda nostalgia per la propria terra o per il tempo passato”. Un sentimento di nostalgia per un tempo, e una terra, a cui sentiamo di appartenere ma che non potremo rivivere mai più (o che non abbiamo mai vissuto?) Una sensazione legata ad un luogo che avremmo voluto toccare con mano ma che con tutta probabilità non è mai esistito. Un concetto che i più romantici assoceranno naturalmente alla ormai celeberrima “mi mancheresti anche se non ci fossimo mai conosciuti.”

Questo mondo dedicato alle parole intraducibili ha incuriosito moltissime altre persone, e non solo appassionati di lingue o culture straniere. Anjana Iyer, per esempio, ha realizzato delle magnifiche illustrazioni dedicate ad alcune di queste parole che potete trovare qui . Impossibili da tradurre, sì, ma interpretabili in mille modi diversi, e comprensibili a tutti noi nonostante le distanze geografiche e culturali.

Se volete anche voi imparare parole uniche e sconosciute come me potete trovare il libro qui.

Ma chi lo aveva detto, quella volta, che per viaggiare bisognava fare i bagagli?!

 

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